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Il morbillo che ha ucciso i delfini all’esame di un team di esperti
Il 2019 è stata un’annata nera: sono stati 59 gli animali morti o finiti in gravi difficoltà lungo le spiagge della Toscana Dal 1986, anno in cui Arpat ha iniziato a registrare e a tracciare il fenomeno, è il dato più alto in assoluto
Mai così tanti delfini spiaggiati in Toscana. Il 2019, in particolare per i delfini, è stato un anno nero: sono stati 59 gli animali finiti morti o in gravi difficoltà lungo le coste toscane. Quasi tutti concentrati nel periodo estivo. Dal 1986, anno in cui Arpat ha iniziato a tracciare e registrare i dati di questo fenomeno, è il dato più alto in assoluto. E nettamente superiore a quello medio registrato in questi anni di analisi, con la media di 19 spiaggiamenti all’anno praticamente triplicata lo scorso anno. La sintesi dei dati contenuti nel report che riguarda il 2018 ma inserisce anche gli aggiornamenti dell’anno scorso, e che in questo inizio di 2020 sembrano essere purtroppo confermati, è stata pubblicata sul sito di Arpat. Il Tirreno ne ha parlato più approfonditamente con Cecilia Mancusi, biologa di Arpat per il settore mare che ha stilato il report mettendo insieme gli studi delle università di Pisa, Siena e Firenze.
«I risultati delle autopsie si sono limitati a pochissimi esemplari per renderlo un campione più che significativo, ma siamo relativamente sicuri che la causa, in particolare per i casi della scorsa estate, sia legata al morbillo – precisa subito Mancusi –. Possiamo pensare a un collegamento tra l’abbassamento delle difese immunitarie legato all’inquinamento in mare e alla presenza di materie plastiche che, in mare, non si sono disintegrate ma solo disaggregate entrando nel ciclo vitale degli animali indebolendone il sistema immunitario».
La biologa di Arpat conferma come il 2020 sarà un anno importantissimo per studiare e spiegare il fenomeno dello spiaggiamento dei cetacei. Di quelli recuperati l’anno scorso 18 erano stenelle, 31 tursiopi, 2 capodogli e altri 8 cetacei rimasti indeterminati a causa dell’avanzato stato di decomposizione che non ha permesso l’esatta identificazione.
«Proprio nei giorni scorsi eravamo in mare con la capitaneria, su indicazione del ministero dell’Ambiente, per analizzare l’inquinamento sulle coste toscane in questo periodo di lockdown per il coronavirus – spiega la biologa pisana di Arpat –. Da un lato ci aspettiamo un netto miglioramento delle “salute” delle nostre acque. E anche il minor traffico di traghetti e barche sicuramente disturberanno meno le specie più colpite dalla moria della scorsa estate. Dal lato opposto, però, mancherà buona parte di quella rete di segnalatori che ci permettevano di intervenire e studiare i vari esemplari. Quindi il monitoraggio non ne sarà così favorito».
Le analisi sugli animali per completare il report 2019 sono ancora in corso e si concluderanno a breve. E sono frutto di un lavoro di squadra, anche in tempo di quarantena e smart working, portato avanti dai tecnici delle tre università toscane (Siena, Pisa e Firenze) e dei veterinari dell’istituto zoo profilattico di Lazio e Toscana, sezione di Pisa. Sia nei dati del 2018, sia in quelli dell’anno scorso, la costante che si verifica, non solo sui delfini ma anche sulle carcasse delle tartarughe, è la presenza di contaminanti specifici, compresi i pesticidi. «Il dato di 31 esemplari di tursiopi morti spiaggiati nel 2019 è il dato più alto mai registrato in Toscana – conferma Mancusi –. Di solito la specie più frequente è sempre stata la stenella striata che aveva raggiunto un picco nel 2017 con 28 esemplari morti. Ma nell’estate scorsa il 59% degli eventi si è concentrato nel periodo estivo giugno-settembre con 22 tursiopi, il 62% di questa specie, registrati e solo 6 delle 18 stenelle registrate in tutto l’anno».
Il periodo estivo, quindi, ha destato non poca preoccupazione per il susseguirsi di spiaggiamenti concentrati in relativamente pochi giorni e quasi tutti a carico di una specie.
«Quelli trovati morti da giorni hanno potuto dare modeste informazioni. Molti altri delfini, invece, sono stati recuperati freschi ed è stato possibile eseguire analisi approfondite su sedici animali. Per le necroscopie, su quattoridici animali, i veterinari dell’istituto zooprofilattico di Pisa hanno campionato tutti gli organi e tessuti per analisi patologiche, parassitologiche, virologiche, batteriologiche – spiega ancora Mancusi –. Inoltre, è stato prelevato lo stomaco di 15 esemplari, per lo studio della dieta e la ricerca di eventuale marine litter, soprattutto plastiche, ricerche queste che vengono effettuate dagli operatori del settore mare di Arpat; uno stomaco particolarmente vuoto può essere indicazione del fatto che il delfino non stava bene e non si alimentava da diversi giorni. Alcuni tessuti, su 16 animali, sono stati campionati anche per la ricerca di contaminanti organoclorurati, indagine che è stata e sarà condotta dai laboratori del dipartimento di scienze fisiche, della terra e dell’ambiente dell’università di Siena, e per le indagini genetiche condotte grazie al lavoro dell’università di Firenze».
Tutte analisi che si completeranno, come detto, nel corso di questi mesi e anche dell’estate. Nel quale si verificherà anche un possibile effetto benefico del lockdown legato all’emergenza sanitaria del coronavirus. —
alessandro bientinesi
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