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Guarito dal virus torna a casa e i vicini lo accolgono con un applauso
Gaetano Favazza si è sentito male al ritorno dal viaggio a Zanzibar È stato il post su Facebook del figlio a sbloccare l’intervento dell’Asl
la storia
Nel vederlo tornare a casa sabato pomeriggio, i vicini lo hanno applaudito. Come si fa con chi deve affrontare la sfida della vita e poi, pur soffrendo, la vince. Gaetano Favazza è stato più forte del coronavirus.
All’inizio supponeva che si trattasse soltanto di febbre, fastidiosa eredità del viaggio a Zanzibar, impressione però sconfessata dalla durata e dai sintomi (difficoltà a respirare e tosse persistente). La moglie – Grazia Viviano, pure lei colpita dall’influenza di ritorno dalla vacanza, ma guarita in una manciata di giorni – rendendosi conto del progressivo peggioramento delle condizioni di salute dell’uomo (59 anni), aveva cominciato a contattare i vari numeri di emergenza sollecitando un intervento che fosse davvero risolutivo, a differenza dei precedenti.
A quel punto, a sbloccare la situazione ci ha provato il figlio della coppia, Alessio. Con un post pubblicato sul suo profilo Facebook (divenuto rapidamente virale), ricostruendo quanto accaduto a partire dal rientro dei genitori da Zanzibar e chiedendo suggerimenti al popolo della rete: un messaggio (ri)condiviso anche tra i commenti ad uno degli aggiornamenti quotidiani sul numero dei contagiati che il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro diffonde proprio a mezzo social. Una felice intuizione, considerato il riscontro immediato da parte del primo cittadino («Ho segnalato all’Asl», la risposta), sintesi di un diretto interessamento tale da accelerare drasticamente i tempi: una volta accertato il contagio, Favazza è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Cisanello di Pisa e qui ricoverato per una ventina di giorni, sino all’epilogo più lieto, il rientro a casa, alla vigilia di Pasqua.
«Non poteva esserci un regalo migliore», ammette Alessio con quel senso di liberazione di chi sa che il peggio appartiene al passato. E pensare che Gaetano Favazza e la moglie sarebbero dovuti andare in Kenya in vacanza, ma a causa delle limitazioni imposte per frenare il contagio, hanno ripiegato su Zanzibar. Al loro ritorno, il 12 marzo, tutta l’Italia era già zona rossa: atterrati a Milano, sono saliti in auto per raggiungere Torre del Lago e qui trascorrere il successivo periodo di isolamento smaltendo contestualmente l’influenza che li aveva colpiti (mentre nel gruppo della vacanza in 10 erano risultati positivi). Decorso regolare per la moglie, non per il marito.
«Pur avendo la tosse, respirava senza fatica, questo ci lasciava tranquilli – ricorda il figlio –, ma i giorni passavano, la temperatura non scendeva e lui nel frattempo peggiorava, era debolissimo. Certe notti neppure riusciva neppure a dormire. Quando è stato portato in ospedale, ho avuto il timore che non tornasse a casa». La prima fase del ricovero, Alessio Favazza la rammenta come quella più complicata.
«Quando gli abbiamo telefonato, la sua voce pareva un respiro, era un dialogo breve che io e mia madre provavamo a decifrare. Ovviamente non ci era possibile andarlo a trovare, né fare videochiamate, perché per sbaglio aveva disattivato la connessione dati. Il nostro cuore si stringeva quando i medici ci aggiornavano sulle sue condizioni. Che per fortuna sono via via migliorate, sino alla notizia che aspettavamo con trepidazione: mio papà poteva lasciare l’ospedale». Una liberazione per tutti. Per Gaetano, vittorioso contro quel nemico subdolo che l’aveva fatto penare a lungo. Per la famiglia, che finalmente poteva riabbracciarlo e non più accontentarsi di vederlo da un cellulare. In mezzo a emozioni tanto forti quanto contrastanti, Alessio si concede margini per una riflessione, ripassando ogni fase della vicenda. «Mia madre ha compiuto uno sforzo enorme, trascorrendo giorni incollata al telefono per provare a risolvere la situazione eppure non è servito. Il post su Facebook, invece, sì. Al di là del coinvolgimento che si è generato, mi viene da chiedermi quale sarebbe stata la fine di mio padre se non l’avessi pubblicato». Una domanda a cui non c’è più bisogno di trovare una risposta. —
Gabriele noli
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