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Fu promotore della lettera a Fs per un muro lungo i binari
Il racconto, di fronte ai giudici, del pericolo scampato e della richiesta, avanzata 8 anni prima della strage, di avere una protezione per le case
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«Le fiamme avevano già riempito il giardino, avevo la Twingo dentro il giardino con il passo carrabile e la macchina era già scoppiata, il salotto era tutto invaso dalle fiamme...Istintivamente io ho detto a mia moglie, ed è stata la nostra salvazione, “non apriamo niente, vediamo una via d’uscita che abbiamo...»: è il 28 maggio 2014 e Ronaldo Pellegrini testimonia di fronte al Collegio giudicante di primo grado del Tribunale di Lucca, raccontando la notte del 29 giugno 2009, in via Ponchielli dove lui e Marcella Comelli abitavano.
Marcella in quei giorni è inferma perché ha subito un’operazione ad un piede. Rolando riesce a trascinarla fuori, nel cortile sul retro ed issarla quasi in spalla per farle scavalcare il muro che li divide dalla salvezza. Alla quale approdano come si sono alzati dal letto e scalzi. «Non mi rendo conto di come possa aver fatto a saltare il tutto», dirà poi Pellegrini testimoniando nell’aula del Polo fieristico di Lucca, di fronte ai giudici.
Pellegrini racconta il fuoco che si fa spazio tra le case di via Ponchielli, nella notte maledetta: «La mia abitazione ha un cancelletto con le aperture metalliche e lì il gas è entrato, ha trovato la Twingo, ha esploso tutto, ha bruciato piante, ciclamini, ha bruciato il davanti, persiane, porte, è entrato dentro e ha bruciato una poltrona, ha bruciato un televisore, ha bruciato dei vestiti, ha bruciato delle scarpe».
Però - e qui Pellegrini è preciso al millimetro come lo era stato dal 29 giugno in poi anche in tutte le sedi istituzionali nelle quali non aveva voluto mancare mai - «ecco il particolare che io ho sempre detto da profano: il pezzo finale del cancelletto è in cemento armato alto più o meno un metro e 60, un metro e 70 di cemento armato. Di là dal cemento armato io usualmente ponevo la gomma che mi serve per annaffiare, arrotolata... e beh, la gomma dopo l’incendio era integra, integra nella sua interezza». Un racconto che Ronaldo fa al cronista del Tirreno la notte stessa della strage, mentre in via Poncheilli e via Porta Pietrasanta tutto brucia ed i vigili del fuoco si gettano tra le macerie fumanti per recuperare i corpi: i residenti di via Ponchielli da 8 anni avevano scritto a Ferrovie chiedendo un muro vero e proprio che li separasse dai binari vicini alle case.
«Abbiamo deciso, io sono stato il promotore», continua la testimonianza, «di scrivere una lettera alla Direzione di Ferrovie dello Stato, a Firenze: ci sono 76 firmatari che hanno aderito a questa richiesta alle Ferrovie». Tra le firme anche quelle di chi nella strage avrebbe poi perso la vita 8 anni dopo la data di quella lettera inviata il 5 novembre del 2001. Le due sentenze, primo e secondo grado, non hanno ritenuto nessuno responsabile per il muro che non c’era. Ed oggi, però, c’è. —
D.F.
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