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La parola "persone a rischio" è un brivido lungo la schiena: intervista a mia madre

Claudio Vecoli
La mamma dell'autore dell'articolo Claudio Vecoli, Adriana, in mezzo ai nonni Beppe Malfatti e Rosalia Moschetti
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La mamma dell'autore dell'articolo Claudio Vecoli, Adriana, in mezzo ai nonni Beppe Malfatti e Rosalia Moschetti

Il dialogo fra la madre e il figlio, giornalista del Tirreno, separati da oltre un mese per scongiurare ogni possibile forma di contagio

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LIDO DI CAMAIORE. Per il mondo si chiama Adriana Malfatti, è nata a Viareggio e ha compiuto 71 anni giusto lo scorso 6 marzo. Per me (e per mia sorella) ha il nome più semplice, più comune e più bello che esista: è la mia mamma. Ha un’età per la quale non si è ancora davvero vecchi ma non si è più neppure giovani. Però ha una malattia racchiusa in un orrendo acronimo di quattro lettere e che ancora fatico a memorizzare – BPCO (Broncopneumopatia cronica ostruttiva) – che la rende fragile. Fragilissima. Sono anni che ci convive, fra bomboline di ossigeno che si trascina dietro fra la camera e la sala da pranzo e ripetute visite mediche ospedaliere che raramente portano buone notizie, costringendola a vivere reclusa in casa. E, adesso, con un timore in più con cui fare i conti: che alla sua porta bussi quel virus che difficilmente la risparmierebbe.

Non la vedo di persona proprio dal 6 marzo, il giorno del suo compleanno. Una visita fugace, una colazione consumata insieme prima di andare in redazione, con la promessa di vederci la domenica successiva a pranzo per spegnere le sue 71 candeline insieme a noi figli, ai nipoti, al resto della famiglia. Una promessa che non ho potuto mantenere per colpa di questa infinita quarantena che ci costringe a stare distanti l’uno dagli altri. Anche se gli altri sono le persone più care e allora certe regole vorresti egoisticamente infrangerle. Poi ci ripensi e sai che – innanzitutto per il loro bene – devi sforzarti ancora un po’. Anche se non c’è una data, una certezza, niente di sicuro. E allora devi accontentarti di una telefonata, una “faccina” su whatsapp, un sms.

So di farle una piccola violenza, pubblicando questa inconsueta intervista che mai avrei immaginato di fare, rammendando insieme il filo dei suoi pensieri, delle sue emozioni raccolti giorno dopo giorno. Mi perdonerà. Ne sono sicuro. Lo ha sempre fatto. Lo farà anche questa volta. Anche perché sa che è a fin di bene, che può servire a rendere meno freddi certi numeri – contagi, decessi, guarigioni - che ogni giorno rimbalzano sui tg e sui giornali. Perché dietro ognuno di questi numeri c’è una persona, c’è una storia, c’è un’anima. E ci sono i volti di mamme, papà, nonni, amici…

E’ un periodo durissimo per tutti. Ma per qualcuno è ancora più duro. Anche psicologicamente…

«So bene che sono in una condizione molto delicata. Quando sento alla tv o leggo sul giornale che il coronavirus è particolarmente pericoloso per una serie di persone a rischio e che in quell’elenco mettono persone che hanno gravi difficoltà respiratorie o che hanno superato una certa soglia d’età, io mi ci rivedo ogni volta. E allora un brivido mi corre lungo la schiena. E’ inevitabile. E succede spesso, perché ovunque non si parla che di questo. Qualche volta per distrarmi cambio canale alla tv, guardo un film, un documentario, qualcosa di bello e di allegro che mi porti altrove la mente. Ma è più facile a dirsi che a farsi…»

Ci vuole forza d’animo. Ma a volte non basta…

«Già, però io mi rifugio nel buon Dio, che mi ha sempre aiutato a guardare avanti, a vedere chi sta peggio di me e a non lamentarmi. A ringraziare per quel poco o tanto che ci è stato donato e di cui ci accorgiamo soltanto quando ci viene a mancare. Se qualcosa di buono questi giorni ci insegneranno per il futuro è proprio l’apprezzare ogni piccola cosa che abbiamo. E di farne tesoro».

Cosa ti spaventa di più?

«Soprattutto al Nord, ho sentito parlare di ospedali che non ce la fanno più, di reparti di terapia intensiva al collasso. E di medici e infermieri costretti a fare delle scelte su chi salvare chi no, su chi rianimare e chi lasciare al proprio destino. E penso che forse proprio io, con i problemi e con l’età che ho, potrei essere una di quelle persone che potrebbero venire scartate. E allora – se mai dovesse presentarsi una situazione del genere – spero almeno di essere sedata profondamente, di non accorgermi di nulla. Ecco, forse questo è il pensiero che più mi fa paura».

E cos’è che invece più ti conforta?

«Vedere come nei momenti di grande difficoltà come questi riusciamo a ricompattarci, a farci forza l’un l’altro, a tirare fuori il meglio di noi stessi. Penso ai medici, agli infermieri, ai volontari che si fanno in quattro mettendo a repentaglio anche la loro vita. Ma penso più banalmente anche alla mia vicina di casa che quando va al supermercato mi telefona e mi chiede se ho bisogno di qualcosa. E’ solo un pensiero, ma dietro certi piccoli gesti c’è tanto…»

Come vogliamo chiuderla questa nostra chiacchierata?

«Pensando che un giorno - che sia fra un mese o dopo l’estate - prima o poi tutto questo finirà. E allora torneremo a vivere le nostre vite. Ma nel frattempo restiamo a casa. Io, purtroppo, sono costretta a farlo da anni. Ma utilizzate questi giorni sospesi per riscoprire i vostri affetti, per fare ciò che non avete mai avuto il tempo di fare: stare di più con i vostri figli, leggervi un bel libro, cercare le foto che avevate chiuso in un cassetto e magari non sapevate nemmeno più di avere. Fatelo per voi stessi. E fatelo anche per i vostri cari…»

E allora buona Pasqua, mamma. 

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