Il Tirreno

Versilia

Quel dolore che non si vuol vedere e che le donne trasformano in forza

Donatella Francesconi

I simboli degli incidenti, la Casina dei ricordi, il fiore per Matteo Valenti: Viareggio è città dove il lutto privato diventa battaglia di tutti 

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il commento

Quel dolore che non vogliamo più vedere, che ci dà fastidio avere sotto gli occhi, che vorremmo confinato tra le mura domestiche affinché non ci tocchi, non ci coinvolga, non ci rimanga addosso più del necessario. Un mazzolino di fiori all’angolo di una strada, legato ad un albero; la gigantografia della foto di una ragazza morta sulla strada; la Casina dei ricordi per i morti tra le fiamme del Gpl trasportato da un treno davanti alle finestre di casa; le magliette con le foto delle vittime sulle sedie in Tribunale: i segni della memoria per chi non c’è più, ma sempre più spesso anche delle battaglie che chi rimane combatte. «Vennero i vigili urbani a chiedere conto della foto che avevo collocato», racconta Maria Luisa Secchi, madre di Valentina Prisco, 27 anni, investita e uccisa da un uomo ubriaco alla guida dell’auto, sul viale a Mare di Maria di Pietrasanta, strada che continua a mietere vittime.

«Mi sono sentita dire che avrei dovuto restare a piangere a casa invece di stare in strada, in tribunale, negli incontri sulla sicurezza ferroviaria, ovunque si potesse parlare, denunciare», ricorda spesso Daniela Rombi, madre di Emanuela Menichetti, morta a soli 21 anni dopo 40 giorni di agonia per le ustioni riportate nel disastro ferroviario del 29 giugno 2009, 32 i morti in tutto.

Già. Le lacrime e le donne. In una visione ancora arcaica dei ruoli, che relega le donne al “mistero” della vita e della morte, quando chi nasce, come chi resta dopo un lutto, non possono essere lasciati soli. E prendersene cura diventa ancora una volta compito prettamente femminile.

Eppure, illustri studiosi dei Vangeli sottolineano come perfino il rapporto-simbolo tra madre e figlio, quello tra Gesù e Maria, consegni alla Vergine un ruolo che non è il solo piangere il figlio crocifisso. Perché la consegna della madre al discepolo indica un “sarai chiesa” che assegna alla donna/madre ben altra dimensione che quella del lutto e del pianto.

Viareggio è esempio di madri che non sono rimaste in casa. Madri che non scelgono il silenzio, come ha fatto mamma Serena, di fronte al cinismo ed alla assenza di “pietas” delle parole che le sono state rivolte. Madri che hanno perso figli e figlie in incidenti stradali e sono diventate, insieme alla propria famiglia, promotrici di cultura della sicurezza tra i più giovani. Madri che si sono viste strappare i figli nei luoghi di lavoro e non hanno mai mancato di battersi, giorno dopo giorno, contro la logica del profitto. Anche portando un fiore là dove si è consumata la tragedia che ha stravolto la loro vita. Perché quel luogo fisico, quella fabbrica, quell’angolo di strada, quell’albero, quel muro a ridosso dei binari sono la realtà. Quella per cui vale la pena ricordare che la vita è davvero una sola. Anche se facciamo finta di non volerlo sapere. Perfino a costo di fare molto male agli altri. —

Donatella Francesconi

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