Omicidio in Passeggiata, condanna definitiva
La Cassazione conferma la pena a quattordici anni e dieci mesi al trentenne che uccise il rivale con tre coltellate
VIAREGGIO. Andò all’appuntamento con un coltello da cucina appena comprato e poi lo pugnalò a sangue freddo, dopo una breve discussione, tre volte, alla spalla, al torace e al cuore. E lo uccise. Non c’è attenuante di legittima difesa che tenga nella ricostruzione dell’omicidio in Passeggiata del 10 marzo 2016. A dirlo è la Cassazione che ha confermato la condanna a quattordici anni e dieci mesi (oltre che al risarcimento danni alle parti civili) a Abdelkader Fakhar, 33 anni, per l’omicidio di Ayoub El Fadili, marocchino di 26 anni sposato con una viareggina e padre di un bimbo, che adesso ha sette anni.
I fatti sono accaduti un giovedì pomeriggio vicino all’Odeon. La Passeggiata era piena di gente. I due si erano dati appuntamento lì, dopo un litigio che la vittima aveva avuto il giorno prima con il fratello del suo futuro omicida. Uno (il fratello) aveva preso a calci la macchina del primo, l’altro aveva risposto a sassate. Secondo i legali (Massimo Landi e Dario Masini) l’uomo era andato armato perché si sentiva minacciato da quella precedente discussione.
Ma la tesi non ha convinto i giudici che sostengono invece che «non può certo ritenersi che Abdelkader Fakhar abbia agito perché spinto dal bisogno, reale o putativo, di rimuovere il pericolo di un’aggressione, che non era concreto né attuale, né, tantomeno, che la sua condotta abbia costituito reazione proporzionata ed adeguata della vittima».
Quanto accaduto la sera prima, in altre parole, non può giustificare quanto accaduto in Passeggiata quel giorno. «Pacifico infatti – si legge nella sentenza della Cassazione – che imputato e vittima fissarono un appuntamento ragionevolmente allo scopo di dirimere la contesa», il fatto che El Fadili si sia presentato disarmato mentre l’aggressore si sia procurato poco prima dell’appuntamento un coltello da cucina e che «l’aggressione ebbe luogo senza che El Fadili avesse in alcun modo attentato» all’incolumità di Fakhar «determina una radicale cesura tra l’antefatto e il delitto commesso da un soggetto che non era stato aggredito, non aveva ragionevole timore di esserlo e che non è stato indotto in errore in merito alle intenzioni della persona offesa». La quale, ricorda la Cassazione, «venne sanzionata, praticamente a sangue freddo, per quanto commesso la sera prima ai danni del fratello dell’imputato». Quanto accaduto evidenzia quindi «un intento francamente omicida».
Per questi motivi la corte suprema ha respinto il ricorso dell’uomo confermando la condanna a quattordici anni e dieci mesi. —
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