Il presidio
Sentirsi europea a Lisbona sognando di mangiare la cecina di Rizieri
Elisa Tarzia lavora per un’impresa che organizza eventi «Non ho risentimenti nei confronti del mio paese»
Giovani viareggini e versiliesi all’estero, tra i 25 ed i 35 anni, l’età dei progetti. Iniziano da Elisa Tarzia - 32 anni, scuole alle Motto e al liceo Scientifico “Barsanti e Matteucci”, poi laurea in Scienze della comunicazione a Pisa e quella in Relazioni internazionali - i ritratti del Tirreno con l’intento di raccontare, per dirla con Elisa, la «generazione che finora ha avuto più mobilità, non solo per necessità ma anche per "piacere"».
Cosa fai in Portogallo?
«Sono responsabile per il mercato portoghese, capoverdiano e dell’Africa dell’Ovest di un’impresa internazionale di eventi, la “Pacific World”. Ma ho lavorato un po’ ovunque, nei grandi eventi: acceleratori di startups, imprese a Londra e New York, Festival musicali».
È stato più semplice o più difficile che in Italia il percorso di accesso al lavoro? E trovi che sia più facile muoversi nel mercato del lavoro o no?
«Trovo che sia più facile uscire dalla comfort zone quando si è fuori dal proprio Paese. A causa del mio lavoro e per ottenere certi incarichi mi sono dovuta rimboccare le maniche e studiare tante cose da autodidatta. Parlo fluentemente 5 lingue (italiano, inglese, francese, portoghese e spagnolo), ho conoscenze base di programmazione, design e video-making; non so se lavorando in Italia mi sarei sforzata così tanto. Grazie ai miei sforzi è stato abbastanza facile muovermi nel mercato del lavoro portoghese, innanzitutto perché ho imparato bene la lingua, il che mi ha permesso di giocare ad armi pari nei colloqui di lavoro. Tutto il resto è molto valorizzato qui: conoscere altre lingue, aver studiato, aver voglia di mettersi in gioco».
Prima volta all’estero: studio, lavoro, o entrambi?
«Studio. Al liceo ho fatto delle brevi esperienze con la scuola in Belgio e Danimarca che mi hanno fatto capire che là fuori c’erano degli altri punti di vista. Poi con l’Erasmus mi sono ritrovata in un Paese di cui non conoscevo la lingua, con studenti di decine di altri Paesi, usi e costumi, lezioni in portoghese, burocrazia in portoghese, tutto questo mentre cercavo una stanza. È incredibile il senso di comunità che si crea fin dall’inizio con gli studenti nella tua stessa situazione. Ancora oggi molti di loro fanno parte della mia vita e mi piace pensare che in quasi tutta Europa ho qualcuno che mi ospita e che, in cambio, posso offrire il mio divano a chiunque di loro voglia tornare a Lisbona».
Come sei stata considerata da italiana: ha avuto un peso (positivo/negativo) o no?
«In ambito lavorativo e accademico può effettivamente avere peso finché non dimostri che parli il portoghese. Nel mio caso io non ho subito nessun tipo di discriminazione. Tutto è relativo però».
Occupi una posizione più alta rispetto ai tuoi coetanei in Italia, stesso settore?
«Penso di sì. Qui ho iniziato a occupare posti di responsabilità già a 24 anni e facevo comunicazione, press office, candidature a sovvenzioni Europee, assistenza alla produzione di un Festival internazionale di musica e arte contemporanea. Molto spesso andavo da sola a rappresentare il Festival all’estero anche in occasione di negoziazioni con istituzioni europee, Comuni esteri e altro. Una bellissima esperienza grazie alla quale ho girato il mondo: quasi tutta l’Europa, Capo Verde, Israele, Marocco. A partire da lì è stato sempre in crescendo, ma in altre imprese e situazioni.
Vieni considerata per l’esperienza al di là dell’età?
«Ho più di 30 anni, sufficienti per essere considerata una persona che l’esperienza non solo ce l’ha ma la deve avere».
Puoi o potresti permetterti cose che qui non avresti ancora potuto, tipo un mutuo?
«Non so, non sono particolarmente attaccata alle cose materiali. Non ho una macchina e non la voglio: mi muovo in bici (anche a Lisbona che è tutta colline), a piedi e con i mezzi. A comprare casa ci sto pensando, più che altro per tutelarmi per il futuro».
Ti senti straniera a Lisbona?
«Per niente, mi sento a casa. Se dovessi definirmi territorialmente, "europea" sarebbe il termine più appropriato».
Ti manca l’Italia? E Viareggio?
«Non mi manca l’Italia di per sé: mi mancano le persone. Mi manca molto la quotidianità con mia sorella, la mia famiglia e gli amici. Ma è l’ Europa del XXI secolo, bastano 3 ore di aereo e la nostalgia si cura. Di Viareggio spesso sogno la cecina di Rizieri».
Pensi di tornare in Italia?
«Mai avuti grandi piani. Non ho risentimenti verso l’Italia e non so come sarebbe andata se fossi rimasta o tornata. Ci sono molti fattori che mi spingono a restare fuori: qualità della vita, salari, dinamicità del mercato del lavoro, il mio compagno, il governo. Quanto al tornare o al cambiare Paese, vado dove mi portano le migliori opportunità». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
