Quando gli italiani furono cacciati da Corfù: la grande storia rivive al Bagno Felice Primo
Domani la presentazione del libro del saggista versiliese Giulio Vignoli in uno degli appuntamenti dedicati al passato
l’INDAGINE
Un curioso della storia, anzi delle storie, ingiustamente considerate secondarie delle minoranze italiane o italofone in Europa. È Giulio Vignoli, ottantunenne genovese di nascita, ma versiliese fin da bambino, per 47 anni professore universitario oltre che saggista, che domani sera, alle 18, al Bagno Felice 1° di Forte dei Marmi, presenterà la sua ultima fatica editoriale “La cacciata degli Italiani da Corfù (1944)– Una indagine incompleta”, in quello che anno dopo anno sta diventando un gradito appuntamento post ferragostano con la storia.
Da anni Vignoli indaga sulle minoranze italiane e, libro dopo libro, ne sta uscendo un affresco importante e inedito della grande dicotomia che esiste fin dall’Unità d’Italia tra lo Stato e la Nazione italiana, del solco sempre più profondo e talvolta incolmabile che sussiste tra italiani per cittadinanza e italiani per radici storiche. Possibile che un’isola come Corfù che per quattro secoli è appartenuta alla Repubblica di Venezia con un legame etnico e linguistico dei corfiot” che fu certificato addirittura da Niccolò Tommaseo, e dove anche durante il periodo dal 1817 al 1864 quando fu protettorato britannico i decreti del Governatore di Sua Maestà venivano scritti in italiano oggi conservi come labile traccia soltanto tre soli volumi nella lingua di Dante alla sua biblioteca statale?
Eppure Corfù secondo il Foscolo era una «piccola cittadina veneta». Ce n’è dunque d’avanzo per stimolare la curiosità di un ricercatore di talento come il prof. Vignoli che però stavolta ha dovuto fare i conti con i limiti delle testimonianze e dei documenti, al punto da dover ammettere che la sua è tuttora un’indagine incompleta per assenza di prove. Pochissimo materiale negli archivi italiani e greci, e qua e là qualche testimonianza orale che lo stesso autore definisce “agghiacciante”, ma che gli interessati non hanno poi mai voluto confermare per scritto. È una storia, quella di questa rimozione dell’italianità di una parte della popolazione dell’isola greca, che ha il suo turning point negli anni dell’occupazione italiana durante l’ultima guerra. L’esercito italiano arriva, infatti, a Corfù nell’aprile del 1941, dopo che nell’ottobre del 1940 Mussolini aveva dichiarato guerra alla Grecia. Un’occupazione da “Italiani, greci, una faccia una razza”, dove anche il Capo dell’ufficio affari civili di Corfù, Piero Parini e la moglie Rosetta Colombi si prodigarono in mille modi per render agevole il periodo sia per gli italiani sia per gli abitanti dell’isola. Al punto che anche le proteste furono sempre molto contenute.
Il Regno d’Italia, si sussurrava, che in caso di vittoria, avrebbe voluto annettersi Corfù e anche per questo sembra che il Duce avesse dato ordini di particolari attenzioni. Poi arrivò l’8 settembre e a seguire i drammi dell’occupazione nazista che mise a ferro e fuoco l’isola e dove si vissero drammi laceranti, come del resto, nella vicina Cefalonia. Poi nell’ottobre del 1944 cessa finalmente la durissima occupazione nazista e i partigiani greci spalleggiati dagli occupanti britannici mettono nel mirino gli italiani sospettati di crimini contro la popolazione dando vita ad un esodo finale che porterà chi poteva a migrare, e pochi altri a integrarsi e a grecizzare i loro nomi italiani. Di sicuro concorsero a questa rimozione della parte di origine italiana anche temi politici e religiosi che sono ben illustrati nel libro di Vignoli e che saranno tra le curiosità da scoprire domani. —
Franco Angelo Calotti
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