Nero nell’arte, il legale di Aceves: «Ha sempre pagato le tasse»
Il difensore dello scultore messicano: «Il mio cliente non è un evasore: ha deciso di fare un accordo con l’Agenzia delle entrate solo per quieto vivere»
PIETRASANTA. «Aceves non ha evaso nemmeno un euro di imposta, anzi sui medesimi redditi ha pagato le imposte due volte, in Italia e in Messico, e non ha alcuna controversia pendente con il Fisco. La città che lo ospita non ha quindi nulla di cui vergognarsi e credo debba essere fiera di avere tra i suoi cittadini un contribuente così responsabile e un artista così apprezzato in tutto il mondo come Gustavo Aceves». A parlare è l’avvocato Giulio Andreani, difensore di Gustavo Aceves, l’artista messicano di fama internazionale, residente a Pietrasanta, a cui le Fiamme Gialle, al termine dell’operazione Michelangelo, hanno contestato una maxi evasione. . «Circa due anni fa un organo dell’amministrazione finanziaria ha contestato al maestro Aceves la mancata tassazione di redditi derivanti dalla sua attività artistica, per un importo di alcuni milioni di euro– dice il legale –, sulla base di tre presupposti: 1) sulla base del presupposto che tutte le somme di denaro affluite sui conti correnti bancari dello scultore fossero costituite da compensi derivanti dalla sua attività artistica; 2) sulla base dell’ulteriore presupposto che per svolgere la propria attività lo scultore non avesse sostenuto alcun costo; 3) sulla base, infine, del presupposto che il maestro Aceves fosse residente in Italia e non in Messico, dove aveva presentato fino ad allora le proprie dichiarazioni dei redditi e aveva pagato le relative imposte».
I primi due presupposti, secondo Andreani, «erano in realtà errati e illegittimi, come è stato poi dimostrato puntualmente all’Agenzia delle entrate di Lucca, e il terzo era assai controverso». Le somme affluite sui conti correnti bancari erano dovute principalmente, continua Andreani, «a mutui erogati al maestro Aceves e non a compensi e, in quanto tali, in base alla legge erano irrilevanti ai fini della determinazione dei redditi tassabili». Inoltre, dice, «per svolgere la propria attività di scultore il maestro Aceves aveva necessariamente dovuto sostenere dei costi per le materie prime, per le prestazioni dei collaboratori e delle fonderie: conseguentemente il suo reddito doveva essere determinato al netto di tali costi». Sulla base della convenzione internazionale contro le doppie imposizioni stipulata tra lo Stato italiano e quello messicano, secondo il difensore, poi, Aceves doveva pagare le imposte solo in Messico.
«L’Agenzia delle entrate, con competenza ed onestà intellettuale, ha condiviso i primi due argomenti difensivi indicati, riducendo le contestazioni di circa il 90% dell’ammontare delle stesse, pur ritenendo che lo scultore fosse da considerare negli ultimi anni residente in Italia. Tenuto conto del rilevante ridimensionamento delle pretese fiscali, il maestro Aceves, allo scopo di evitare una causa che si sarebbe prolungata per dieci anni e sarebbe stata assai costosa e, soprattutto, per non avere pendenze con la pubblica amministrazione del Paese in cui aveva deciso di operare e vivere, alcuni mesi fa ha dato corso a un accordo conciliativo con l’Agenzia, che, confermando la bontà delle ragioni dello scultore, ha comportato il pagamento di un’imposta inferiore a trenta mila euro all’anno. Si è trattato quindi di qualche decina di migliaia di euro, a ben vedere nemmeno realmente dovuta, pagata per quieto vivere e per non avere la benché minima ombra, e non di evasione milionaria. Per citare Shakespeare, molto rumore per nulla».
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