Il Tirreno

Versilia

Una madre coraggio: «Per salvare mia figlia l’ho denunciata»

Luca Basile

La ragazza schiava di cocaina ed eroina: «Temo di perderla, aiutatemi» 

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la storia

«Ogni volta che mia figlia esce di casa ho il terrore di non rivederla più. Viviamo nella paura. E siamo disperatamente soli».

Francesca – nome di fantasia – ha il sorriso stanco: di tanto in tanto si guarda intorno, sospira. Ha gli occhi lucidi. Francesca è una mamma che combatte, da anni, per salvare la propria figlia dalla droga. «E non mi arrenderò mai. Ma le istituzioni, le forze dell’ordine e tutti i soggetti preposti, alla fine, non ti supportano come dovrebbero e potrebbero: questo non perché non vogliono, ma perché le leggi non lo permettono. E allora, un giorno, sei costretto a fare una cosa che mai un genitore vorrebbe fare: denunciare tua figlia per mandarla in comunità. E io quella denuncia l’ho firmata. Piangevo mentre la firmavo. Ma anche questo, alla lunga, non è servito». Tutto si innesca una quindicina di anni fa. «Vedevo mia figlia tornare a casa un po’ svagata, un po’ stordita: si era messa a fumare le “canne”. Per me, per mio marito, fu un autentico dramma: a ripensarci oggi mi viene quasi da sorridere. Ma in quel momento – ricorda Francesca – scoprire la nostra unica figlia fumare in quel modo ci sembrò qualcosa di insostenibile. Ma il peggio doveva purtroppo, come detto, ancora arrivare. Da lì a qualche anno dalle canne passò alla cocaina, all’eroina, al bere. Un crescendo devastante. Da ragazza tranquilla e molto sensibile, a donna violenta, volgare, minacciosa. Quando sniffava e beveva andava e va fuori controllo. Diventa aggressiva, violenta, insulta. E poi questa continua richiesta di soldi. Al lavoro non era più nelle condizioni di andare. Poi sono cominciati a sparire i piccoli oggetti preziosi da casa, qualche collanina in oro. E quando non aveva i soldi era totalmente fuori controllo: per lei abbiamo richiesto tre Tso (trattamento sanitario obbligato, ndr) Ma anche in questo contesto la burocrazia ti si mette di traverso».

Francesca si ferma un attimo, sospira. Poi torna a parlare. «Nostra figlia è stata ricoverata più volte in psichiatria, ma il primario e l’ospedale, sempre disponibili, ci dicevano che non potevano tenerla lì, che non era malata di testa, ma che aveva un importante problema di dipendenza e che il luogo più indicato per lei erano la comunità, il Serd. Ma in Comunità o ancora il Serd, ci entri o ci vai solo se lo vuoi, altrimenti non è possibile. Lei lo ha fatto a periodi. Poi basta. E invece una legge dovrebbe obbligarti a fare questo percorso, perché ad un certo punto della vita diventi un pericolo per te stesso e per gli altri. Qualche giorno fa sono andata – continua Francesca – a prendere mia figlia ubriaca e “fatta”: era sdraiata per terra davanti ad un negozio di alimentari. Due giorni dopo attraversava avanti e indietro pericolosamente una strada molto transitata: ha rischiato di farsi mettere sotto e ha messo in pericolo la vita degli altri. Quando decidemmo di denunciarla, dopo l’ennesimo furto in casa, è finita in comunità per 2 anni: finalmente stava meglio, lavorava, leggeva, sapeva che un eventuale errore l’avrebbe portata direttamente in prigione. Poi le hanno detto che per la buona condotta poteva uscire. E lei è uscita nonostante le perplessità dei terapeuti e le nostre. Per un periodo è andato tutto bene: ha ripreso a lavorare, ma non è durato molto: oggi è di nuovo fuori controllo, gli spacciatori sanno dove trovarla. Io li ho affrontati gli spacciatori, non ho paura di loro, neppure di denunciarli, ma serve a poco: 20 giorni e sono fuori. Quando sono uscita di casa, stamani - conclude la donna - ho lasciato mia figlia nel suo letto: non so come la troverò una volta di ritorno a casa. So però che sono pronta a tutto per non perderla. Siamo, pronti a tutto, ma non lasciateci soli. Aiutateci». —

Luca Basile

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