Il silenzio, le lacrime e gli abbracci I familiari: questa si chiama giustizia
Massima compostezza durante e dopo la lettura della sentenza. Alla fine tanta commozione: «Un giudizio pesante»
Quanta dignità c’è nel silenzio di chi ha perso un figlio, una figlia, una sorella, una moglie, un genitore. A maggior ragione nel momento in cui avrebbe più voglia di farsi sentire, di gridare la propria rabbia e il proprio dolore. No, non stavolta. Non di fronte a un lavoro, quello della magistratura, a cui i familiari delle 32 vittime stavano guardando con rispetto anche prima del verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Un verdetto che ha confermato le condanne degli ex vertici di Rete ferroviaria italiana, compreso l’ex amministratore Mauro Moretti. Per lui sette anni di pena.
Le parole d’ordine, diffuse dal presidente dell’associazione “Il Mondo che vorrei” Marco Piagentini, sono state compostezza e niente gesti o discorsi clamorosi. Il verdetto è stato accolto nella maxi-aula del palazzo di giustizia di Firenze in silenzio, con un brusio appena impercettibile al nome di Moretti. Nessun applauso, dopo, né parole né voci a turbare un’emozione fortissima. Solo abbracci, lacrime e la consapevolezza di essere di fronte a un pronunciamento importante, se non storico. Da portare al vaglio, ovviamente, della Corte di Cassazione.
Eppure lo stress, in vista di un giorno così importante, non poteva che essere enorme. In molti, tra i legali e gli osservatori, assicuravano: «Questa sarà la verità giudiziaria più importante sulla strage di Viareggio, al pari della sentenza di primo grado». Fatto salvo l’approdo in Cassazione. Prima della sentenza Daniela Rombi, mamma di Emanuela Menichetti, morta a 21 anni, dice: «I giudici si prendano pure tutto il tempo che vogliano, l’importante è che prendano la decisione giusta». Ma lei stessa, dopo, confesserà di essere stremata per «l’attesa di vari mesi (il processo d’appello, ndr), quella di dieci anni, le ore passate qui... È stato massacrante. Ma la nostra attesa è stata ripagata dalla giustizia con la G maiuscola. Non c’è niente da festeggiare, ma un minimo di serenità, al punto da poter pensare di andare al mare con i nipotini, la provo». Un cronista le chiede se quel mondo che i familiari delle vittime vorrebbero a questo punto esista davvero. «Sì, c’è – risponde Daniela – Ma dobbiamo dare degli insegnamenti ai giovani. Le persone che sono morte non sono morte per caso e questa giornata serve anche da monito».
Anche Marco Piagentini, che ha deciso di non commentare pubblicamente la sentenza, ha fatto diluire la tensione in un abbraccio con Daniela Rombi. L’ha rassicurata, mentre lei piangeva e diceva “Grazie” guardando verso l’alto. Anche Marco, come tutti coloro che hanno perso qualcuno a causa del disastro del 29 giugno del 2009, non è riuscito a dormire molto: troppa la pressione, sia per quanto sarebbe accaduto a Firenze, sia per la necessità di dare la linea agli altri con le parole giuste, che non fossero né più né meno del necessario. Marco, che ha avuto la forza di risollevarsi da un lutto tremendo come la perdita della moglie e due figli piccoli. E che lo ha fatto da padre per il suo Leonardo, assieme a lui sopravvissuto. Un padre come Claudio Menichetti, che ieri ha ricordato la sua Emanuela con una forza e un coraggio incredibili. Mostrando la foto di sua figlia prima e dopo la tragedia.
Silenzio, compostezza e nessun clamore. Solo tanta commozione. La stessa di Luciana Beretti e del fratello Carlo Beretti, madre e zio di Federico Battistini che è stato portato via dal fuoco assieme alla moglie Elena Iacopini e ai suoceri. «Quello che è accaduto oggi (ieri, ndr) – dicono – è pesante come una pietra: un verdetto di cui si dovrà tener conto. Non possiamo che accoglierlo in maniera positiva. A nostro modo di vedere, questa giustizia che abbiamo visto all’opera è la Giustizia». —
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