Il Tirreno

Versilia

LA SANITÀ IN TRIBUNALE 

Risarcimento milionario Asl: il danno ci fu, sentenza equa

Donatella Francesconi
Risarcimento milionario Asl: il danno ci fu, sentenza equa

L’azienda sanitaria locale ha già liquidato la somma che il giudice civile le ha imposto di pagare ai familiari della donna morta al pronto soccorso

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L’Azienda sanitaria Toscana Nord Ovest «ha pagato» la somma dovuta alla famiglia della signora Doretta Ricci, morta nel 2011, a 67 anni, tre ore dopo aver tenuto tra le mani il foglio di dimissioni del Pronto soccorso Versilia. Il Tribunale di Lucca, sezione civile - giudice Enrico Fontanini - ha riconosciuto un totale di 1.015.000 euro, dei quali 973.562,99 per il danno subito. A spiegarlo è l’avvocato viareggina Angela Grasseschi: «Il danno purtroppo è stato fatto. Mi pare sia stata una sentenza equa». Anche perché la controparte «chiedeva cifra più importanti. Tanto che i loro legali si sono riservati di valutare il ricorso. Noi non ricorreremo».

Oltre al legale, l’Azienda sanitaria ha messo in campo i consulenti di parte Filippo Teresi e Giuseppe Pepe, entrambi medici del Servizio pubblico nazionale, con Pepe all’epoca a Careggi ed oggi direttore proprio del Pronto soccorso dello stesso ospedale Versilia. Il consulente tecnico d’ufficio (per il Tribunale, dunque) era la dottoressa Federica Formichetti.

L’avvocato Grasseschi spiega anche come è terminato l’iter penale della vicenda, dopo l’inchiesta aperta dalla Procura di Lucca (pm Salvatore Giannino): «Il fascicolo è stato archiviato». Pur a fronte di «ravvisabili carenze nell’assistenza all’accesso in pronto soccorso», così l’atto della Procura, «sono state escluse - continua Grasseschi - responsabilità penali dei due medici».

Di diverso avviso la sentenza emessa in sede di giudizio civile, con il Tribunale di Lucca che ha fatto propria la relazione del proprio Ctu. Là dove si legge che «il consulente tecnico d’ufficio ha attendibilmente valutato il profilo del nesso causale in termini di buona probabilità di sopravvivenza della donna in caso di corretta e tempestiva diagnosi e di conseguenza di messi in atto di idoneo trattamento anticoagulante».

Alla domanda se la Azienda sanitaria potrà rivalersi sui medici che visitarono la donna poi deceduta rispondono all’unisono sia l’avvocato della Asl, che l’avvocato Renato Ambrosio, senior partner dello studio legale torinese “Ambrosio&Commodo”: sarà la Corte dei Conti, se lo valuterà, ad intervenire. «La sentenza emessa dal Tribunale di Lucca è il riconoscimento di un diritto», spiega Ambrosio al Tirreno. Il quale aggiunge: «È molto più pesante per un medico un provvedimento di questo tipo rispetto alla sentenza penale, perché crea un problema amministrativo alla azienda per la quale opera». Un’azione penale che gli avvocati che si imbattono in vicende in ambito sanitario «sempre più lasciano allo Stato», è l’esperienza maturata dallo studio torinese che per la causa di fronte al Tribunale di Lucca ha messo in campo l’avvocato Gaetano Catalano. «Il penale lo deve fare lo Stato», dichiara Ambrosio. Il quale racconta anche come è andato l’indispensabile passaggio di mediazione con l’Azienda sanitaria tirata in causa: «In sede di mediazione la loro posizione è stata quella di non riconoscere niente». Ed ecco come si è arrivati al risarcimento milionario.

Insieme allo studio legale torinese, a sostegno della famiglia Ricci-Vecoli si è mossa l’associazione fiorentina “Giustacausa”. Nel ringraziare la “squadra” che per loro ha lavorato, Massimo Vecoli, uno dei figli della vittima, ricorda: «Ci hanno subito confortato e ci hanno spiegato subito le cose come stavano, con la massima chiarezza».

Un passaggio non da poco per chi ha vissuto nel giro di una sola giornata l’epilogo di una vicenda sanitaria iniziata con un disturbo di tipo respiratorio che la signora Ricci aveva accusato, con una difficoltà che l’aveva portata fino ai medici del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia. Da dove viene dimesse, ma non fa in tempo a raggiungere la porta che accusa un malore: «Non si reggeva in piedi, era verde in faccia», raccontò la figlia Valeria Vecoli al Tirreno: «La sala di aspetto era piena zeppa, ho cercato dove farla sedere e ho iniziato a tempestare la porta interna, perché all’accettazione non c’era nessuno...». Quando Valeria riesce a vedere la madre che era stata di nuovo presa in carico dal personale della struttura, la donna «aveva la maschera dell’ossigeno ed il medico mi fece notare in malo modo che si era fatta la pipì addosso. Pii mi informò che avrebbe dovuto essere sottoposto ad una Tac...È l’ultima volta che l’ho vista viva». —



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