Italia
Delitto Romanini, colpo di scena: «Non è quella l’arma del killer»
Secondo i carabinieri del Ris la Beretta 92 S ritrovata in un terreno a Camaiore non è la pistola che ha sparato nove colpi contro Stefano
CAMAIORE. Non è quella l’arma del delitto. Secondo la perizia dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche di Roma, la Beretta 92S ritrovata in un terreno a Camaiore non è la pistola che ha sparato 9 colpi contro Stefano Romanini, imprenditore edile all’epoca 47enne, l’8 febbraio del 2011. Per Romanini, vittima di un agguato sotto casa, non ci fu scampo.
L’esito dell’esame sull’arma, atteso da mesi, è stato reso noto nell’udienza del processo d’appello a Firenze. Dove l’unico imputato resta Roberto Romanini, 68 anni, imprenditore e cugino di Stefano. Che in primo grado è stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
L’udienza è stata aggiornata al 26 giugno, quando – con ogni probabilità – ci sarà la sentenza. L’esame sulla pistola era stato ritenuto fondamentale dalla Procura, che ha contestato l’esito della perizia: l’accusa sostiene che quella Beretta è l’arma del delitto. Tesi rigettata dalla difesa di Romanini, rappresentata dagli avvocati Luigi Fornaciari Chittoni e Cesare Bruzzi Alieti.
A otto anni di distanza il killer che ha premuto il grilletto è ancora ignoto. Mentre il mandante del delitto, secondo la Procura di Lucca sarebbe stato il cugino Roberto. Stefano Romanini sarebbe stato assassinato con un doppio movente: l’obiettivo era fargli pagare i buchi della Rb escavazioni, società di movimentazione terra che aveva messo in piedi assieme al cugino, e che poi Stefano aveva lasciato. Con centinaia di migliaia di euro di pendenze. Ma sulla vita di Stefano c’era anche una polizza di assicurazione da 600mila euro, con beneficiari i soci della Rb.
La polizza, però, non è mai stata riscossa: perché una volta che Stefano era uscito dalla società non era più valida. Su questo punto, da sempre parte della tesi difensiva, i giudici di primo grado hanno sostenuto che Roberto poteva non sapere della clausola invalidante. Il processo d’appello si era un po’ incagliato sull’esame della presunta arma del delitto. Ma ora che si è sbloccato il verdetto è vicino.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
