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Sceglie l’Angola per il suo tirocinio «I bimbi arrivavano in ospedale morti»
Marco Favilli, 25 anni, racconta la sua esperienza in Africa «Molti decessi erano evitabili, ma mancava tutto per operare»
viareggio. «Una chiesa al centro, l’ospedale da un lato, le case dei medici dall’altro. Il villaggio di Chiulo è tutto qui. Ci si arriva percorrendo una vecchia pista d’atterraggio ai cui lati sono disseminati carri armati abbandonati usati dai bambini come scivoli per giocare. Provincia del Cunene, estremo sud dell’Angola. La definiscono l’ultimo miglio del sistema sanitario».
La mancanza di corrente elettrica, acqua e personale specializzato aiutano a capire perché. In questo angolo semidesertico di Africa subsahariana dove ancora oggi sono ben visibili i segni della devastazione, lascito della guerra civile, Marco Favilli, 25enne viareggino, lo scorso ottobre ha svolto un tirocinio medico, esperienza di volontariato resa possibile dall’accordo tra l’Università di Pisa e la ong Medici con l’Africa Cuamm. Con lui c’erano altri tre studenti, anche loro iscritti al sesto anno di Medicina e Chirurgia. Pochi giorni fa sono stati ricevuti dal rettore dell’Ateneo Paolo Mancarella, accompagnati dal professor Emiliano Cigna, occasione per ripassare con pensieri e parole quel mese in cui, ammette Marco, «ho ricevuto molto più di quanto abbia dato io». Non è una questione di soldi, ma di cose viste e fatte «che mi serviranno, un domani», di situazioni spesso al limite o persino oltre.
«Le madri portavano in ospedale i loro figli, convinte che li potessimo salvare, anche se in realtà erano già morti a causa di infezioni o polmoniti. Ricordo ancora un ragazzo che indossava la maglia del Milan, all’inizio cosciente, seppur grave, poi finito in coma. Lo ventilai, ma fu tutto inutile». A Chiulo le giornate di Marco scorrevano al ritmo del sole rovente: sveglia all’alba e alle 7 l’inizio del turno. Per raggiungere l’ospedale gli bastava attraversare la strada: la casa dove viveva assieme al collega Beniamino Bortoli si trovava proprio di fronte. «Il nostro compito era fornire un supporto pratico a medici e infermieri, senza giudicare, né sostituirsi a loro. Non spettava a noi decidere».
L’assenza di mezzi diagonistici, ad eccezione di un ecografo rudimentale, li obbligava a basarsi «sulle indicazioni di anamnesi e esame obiettivo». Ecco perché, concluso il turno, Marco trascorreva interi pomeriggi «ma anche sere, quando necessario» a scrivere report dei casi clinici, cercando di approfondirli con l’ausilio di libri e pc. Eppure spesso non bastava. «Molti decessi erano evitabili. Questo generava in me una fortissima sensazione di impotenza».
Aveva dovuto abituarsi (e in fretta) a lavorare in condizioni precarie, quasi estreme. «Per sopperire alla mancanza di corrente elettrica utilizzavamo un generatore dalle 8 alle 14 e dalle 18 alle 23». Il problema maggiore, però, riguardava l’acqua, poiché l’impianto idrico versava in condizioni pessime. «Andava pescata direttamente da una cisterna. L’unico modo per renderla potabile era farla bollire e poi filtrarla». Oltre alla routine ospedaliera, Favilli e i membri della ong svolgevano giri di ricognizione nei villaggi limitrofi a bordo di un pick-up per visitare donne in gravidanza e vaccinare i bambini.
«Una volta ci capitò di entrare in una capanna dove abitavano 6-7 persone, tutte ubriache, il capofamiglia faceva il whisky. Prendemmo in cura sua figlia e lui per sdebitarsi ci regalò una gallina». Istantanea di gratitudine inserita in un contesto di «inimmaginabile» povertà, tra cumuli di rifiuti sparsi per strada e case in lamiera fatiscenti, comunque dotate di parabola e tv. «Chi vive là preferisce il futile all’utile, è uno degli effetti dell’influenza della cultura occidentale». Con quel degrado imperante doveva farci i conti, Marco, non con la paura. «Noi che lavoravamo in ospedale eravamo gli unici bianchi, ma ci sentivamo protetti. Le persone mi chiamavano “Dottore”. Chiulo è un posto tranquillo, seppure in mezzo al nulla».
L’espressione rende l’idea. E allora anche «una passeggiata sulla vecchia pista d’atterraggio all’ora del tramonto» poteva rappresentare uno svago quotidiano. Come una partita di calcio tra medici e infermieri a cui Favilli e i suoi colleghi erano stati invitati. Si giocava sulla strada, di erba giusto qualche ciuffo. E «tantissima gente» ai bordi del campo improvvisato. Ricordi. Di un’esperienza che, confessa, «ripeterei subito». Non sa ancora in cosa si specializzerà, Marco, una volta laureato. Magari per la scelta potranno tornargli utili quelle cose viste e fatte, quelle situazioni spesso al limite o persino oltre. —
Gabriele Noli
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