Il Tirreno

Versilia

Neonata morta, confermata l’assoluzione della ginecologa

Melania Carnevali
Neonata morta, confermata l’assoluzione della ginecologa

A distanza di dieci anni si chiude il processo sul caso della piccola Vittoriana. Anche per la Cassazione il medico di turno quella notte non è colpevole

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VIAREGGIO. Era stata accusata, e poi condannata (in primo grado), del decesso della piccola Vittoriana Capitani, morta la notte del 17 ottobre del 2008, proprio nel momento in cui stava venendo al mondo. Si chiude adesso, dieci anni e cinque mesi dopo, con l’assoluzione, la vicenda giudiziaria della dottoressa Cristiana Parri, originaria di Perignano (Pisa), all’epoca ginecologa di turno all’ospedale Versilia dove avvenne la tragedia, e oggi responsabile della Procreazione assistita della struttura sanitaria. La Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore della Corte di appello, confermando quindi la sentenza dei giudici fiorentini che avevano assolto con formula piena la dottoressa stabilendo che non fosse colpevole del decesso della piccola.

I fatti risalgono all’ottobre nero dell’ostetricia del Versilia: l’ottobre 2008, appunto. A pochi giorni di distanza uno dall’altro, ci furono tre decessi. Un autentico terremoto, che portò all’intervento della Regione e alla sospensione del primario Giovanni Paolo Cima. Il caso di Vittoriana fu uno di questi. Morì nel nascere.

Secondo i periti del tribunale di Lucca la piccola morì per una ipossia dovuta ai traumi determinati nel corso del travaglio dalle contrazioni uterine. A peggiorare la situazione sarebbero stati i ritardi avvenuti nell’espulsione del feto. Secondo i giudici di primo grado il taglio cesareo avrebbe salvato la vita alla piccola e per questo condannarono la ginecologa.

Una sentenza ribaltata dalla corte di appello che ha assolto il medico perché «il fatto non costituisce reato». Il procuratore ha presentato ricorso sostenendo che il giudice della Corte di appello non avrebbe adeguatamente valutato la deposizione di un teste dalla quale «si evincerebbe che la valutazione fatta dall’imputata alle ore 3.45 sarebbe stata errata in quanto le risultanze imponevano che fosse disposto immediatamente il parto cesareo. Tale aspetto sarebbe stato inoltre confermato dagli esiti dell’indagine interna al reparto».

La Corte suprema ha però respinto il ricorso dal momento che «il risultato che l’impugnante intende perseguire (annullare la sentenza con rinvio) non è concretamente ottenibile, poiché, in presenza di una causa di estinzione del reato, non sono rilevabili in sede di legittimità vizi di motivazione della sentenza impugnata, in quanto il giudice del rinvio avrebbe comunque l’obbligo di procedere immediatamente alla declaratoria della causa estintiva». In altre parole, nonostante sia passato il termine della prescrizione, la procura può comunque ricorrere per ottenere l’esatta applicazione della legge, ma, nel caso in esame, «non risultano vizi di motivazione tali da annullare la sentenza». 

 

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