Gianluca Domenici: «Basta con questo Carnevale triste e pseudo-colto»
Il papà di «Delafia» all’attacco sulla deriva seriosa che sta prendendo la festa: «Non dico no alle coreografie, ma la teatralità non è un nostro tratto distintivo»
VIAREGGIO. Basta con questo Carnevale sempre più triste. E basta con il dilagare delle coreografie ai piedi dei carri. Il Carnevale di Viareggio deve essere gioia, allegria, spontaneità. E rispetto della storia e delle tradizioni. A dirlo non è un carnevalaro qualsiasi. A sfogarsi - e probabilmente a dare fiato a molte voci che circolano in città - è Gianluca Domenici, il papà di Delafia, Il samba del viareggino e di tante altre canzoni che hanno fatto la storia (musicale) del Carnevale. Alla vigilia del secondo corso mascherato, Domenici lancia la sua “crociata”. E spiega perché secondo lui il Carnevale non è più «di Viareggio» ma «a Viareggio».
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.17723658:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2019/02/04/news/il-festival-si-trasforma-in-un-processo-a-marialina-1.17723658]]
Allora Domenici, questo Carnevale non le piace proprio più. Colpa di chi? Dei carristi? Della Fondazione?
«La forza del nostro carnevale sono i nostri carristi. E questo deve essere chiaro. Così come la mia critica non è assolutamente rivolta alla attuale Fondazione, né tantomeno alla presidente Marialina Marcucci, persona di assoluto livello. Il male, o comunque sia, il problema, parte da lontano. Insomma, non da oggi».
Allora dove sta il problema?
«Il problema di noi viareggini è che ci si scanna, a volte in modo anche violento, su un tema. Ci si scalda, ci si offende, si lotta per un ideale. Poi però, all’improvviso, presi dalla nostra congenita pigrizia e indolenza, alla fine non ce ne frega più nulla della nostra battaglia ideologica, e si pensa ad altro. Solo così si spiega di come, per decenni, abbiamo fatto impoverire una città fantastica. Ecco, sul Carnevale oggi succede un po' questo. Penso così di rappresentare il pensiero di un numero cospicuo di viareggini che mi fermano - lo posso dire? - incazzati, che si scaldano, che sono contro questo Carnevale triste e pseudo-colto ma che poi non hanno il coraggio di tirare fuori la voce, se non in estemporanee e sterili uscite sui social di turno».
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.17726134:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2019/02/05/news/polemica-sulle-coreografie-al-carnevale-la-presidente-sono-una-libera-scelta-dei-costruttori-1.17726134]]
Uno degli argomenti di discussione più accesi è quello delle coreografie. Lei è favorevole o contrario?
«Noi viareggini siamo fatti così: o siamo “con” o siamo “contro”. Guelfi e ghibellini. A volte la soluzione sta in mezzo. Faccio l’esempio delle coreografie. Cosa significa esserne contro? Le coreografie, oggi, sono imprescindibili, perché costituiscono una rappresentazione scenica del carro. Non si può essere contro. Ma nemmeno esserne a favore se, in 3 ore di corso mascherato, si sentono solo musiche inquietanti e internazionali, e se si vedono figuranti con volti tristi in spesso goffe e troppo reiterate interpretazioni sceniche di una falsa (e spesso dilettantistica) teatralità che non è mai stata tratto distintivo del nostro carnevale. E allora la percezione, da sotto il carro, o di fronte ai figuranti, è di una grande, immane, tristezza. Il carnevale deve essere evasione, il vivere almeno per un giorno fuori dai problemi. C’è sete di allegria».
Insomma, manca il coinvolgimento del pubblico?
«Oggi lo spettatore del Carnevale è parificato al pubblico di uno spettacolo di Shakespeare: non è seduto a teatro ma resta ugualmente distante dal palco, e spettatore di un qualcosa di lontano da se stesso. Non interagisce, si sente solo ‘fruitore passivo'. Un po’ anche per colpa di quegli odiosi cordoni che fanno spostare al momento del passaggio del carro. Sono una barriera, fisica e psicologica. Una volta il carro ti veniva addosso e restavi lì, fino all’ultimo, per sentirti sfiorare, per respirarlo».
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.17743868:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2019/02/10/news/biancaneve-frida-e-medea-per-la-vittoria-finale-sara-una-lotta-fra-donne-1.17743868]]
I tempi cambiano, potrebbe obiettare qualcuno...
«Certo, però questo non ci autorizza a calpestare la nostra storia. Possibile che una manifestazione nata nel 1873, e vissuta per molto più di un secolo su certi tratti distintivi, debba oggi essere snaturata? Il nostro è un prodotto ‘tipico’, a denominazione di origine controllata, un po’ come il Palio di Siena. Perché non c’è più satira, scherzo o sberleffo? Perché è bandita l’allegria? Ma soprattutto, e qui entro a gamba tesa, perché su tutti i carri grandi non c’è più la musica del nostro carnevale?»
La musica di Carnevale: un argomento che lei conosce bene...
«Il Carnevale di Viareggio vanta una produzione musicale che conta più di 1500 brani. Siamo secondi solamente alla Canzone Napoletana. Eppure sui carri grandi non si ascolta più nessuna, e sottolineo, nessuna canzone di Carnevale! Niente Barghetti, niente Egistino Olivi, niente Coppa di Champagne. Solo musica internazionale. Che tristezza. Ci siamo fatti fagocitare dalla globalizzazione che ci vuole tutti uguali e massificati. Pensate come sarebbero miopi e sconclusionati, i brasiliani di Rio se d’improvviso togliessero samba e sambodromi per mettere musica balcanica, hit internazionali, musica sinfonica. Noi, oggi, lo abbiamo fatto. Ci sentiamo ganzi a far sentire musiche dance, pop, rock o altro. Va bene tutto a questo non-carnevale, basta che non sia carnevale. Sembra quasi che ci si vergogni di noi stessi e della nostra storia. Fra qualche anno un carnevale di non so quale città o latitudine farà coreografie ben più belle delle nostre e, forse (anche se spero di no), farà carri più tecnologici e più mastodontici dei nostri. Lì, in un territorio chiamato futuro, avremo solo una carta da giocare: la nostra tipicità, la nostra lucida follia, la nostra illogica allegria, la nostra musica e il nostro animo dissacratore come prodotto tipico. In altre parole, la nostra storia. Salvaguardiamo questo spirito, è la nostra unica salvezza. E come me, credetemi, la pensano davvero in tanti viareggini». —
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.17767267:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.17767267:1652455794/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

