Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio
in tribunale 

Strage di Viareggio, contestati i risarcimenti ai familiari delle vittime

Donatella Francesconi
Strage di Viareggio, contestati i risarcimenti ai familiari delle vittime

Lo hanno fatto alcuni dei difensori degli imputati in aula. L’avvocato Carloni ricorda: «Emanuela è stata quarantadue giorni in ospedale bruciata viva»

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VIAREGGIO. Qualche «decina di migliaia di euro» è la somma che spetterebbe agli eredi di Emanuela Menichetti, morta dopo 42 giorni di agonia, con il corpo ricoperto delle ustioni riportate in via Ponchielli, il 29 giugno 2009, notte del disastro ferroviario di Viareggio. È la tesi dell’appello proposto dall’avvocato pisano Tullio Padovani, difensori di alcuni degli imputati tedeschi. Il quale, nell’appello indifesa dei propri assistiti argomenta: «Si ribadisce che il danno derivante dalla morte che segua dopo un apprezzabile lasso di tempo alle lesioni rappresenta una categoria unica e va liquidato come tale, utilizzando la tabellazione proposta di recente dall’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano». Irrompe nell’aula 32 del Palazzo di giustizia di Firenze, davanti ai giudici della terza sezione (presidente Paola Masi con i colleghi Anna Favi e Giovanni Perini), la contestazione dei risarcimenti ai familiari delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio. Quella avanzata da alcuni dei difensori degli imputati tedeschi, ma anche quella proposta, per esempio, da Trenitalia che non ritiene di avere «titolo giuridico a risarcire il danno in ipotesi cagionato da suoi esponenti».

«Emanuela era lucidissima: quella sera stessa telefonò a casa cercando di rassicurare i genitori», ricorda in un silenzio irreale l’avvocato Riccardo Carloni. Che ripercorre quella morte seguita all’«apprezzabile lasso di tempo» quantificato nei «42 giorni di ospedale in cui la sedazione non era più efficace, e le terapie richiedevano i lavaggi con il bruschino. Cosa si proverà a dover essere in un corpo che non si muove, a non poter urlare in un reparto di rianimazione...Maledetti soldi...».

Perché quella per il disastro ferroviario di Viareggio non è una storia di pezzi di ferro, ingegneri, consulenti, misure, leggi fisiche. È una storia di carni bruciate e di indicibile dolore. Quello di chi se n’è andato e quello di chi è rimasto. Ben visibile ieri sui volti dei familiari presenti nell’aula del Palazzo di giustizia (con Marco Piagentini anche lo zio, don Raffaello Piagentini, parroco del Duomo di Carrara) quando anche l’avvocato Gabriele Dalle Luche, legale di parte civile anche dei ferrovieri che si sono costituiti in qualità di Responsabili dei lavoratori alla sicurezza (Rls). Difficile arrivare in fondo alla discussione anche per Dalle Luche: «Vorrei leggere parte del verbale con le testimonianze di Silvano Falorni ed Andrea Maccioni», ha detto il legale: «Ma temo che non riuscirei ad arrivare in fondo...».

Perché Falorni, nell’aula del Polo fieristico di Lucca dove si è tenuto il dibattimento di primo grado - così il “riassunto” dell’avvocato - ha ricordato quei giorni infiniti passati a cercare traccia del fratello Andrea, il motociclista “Scarburato”morto insieme alla moglie Maria Luisa Carmazzi, per tutti “Pulce”. «Cominciammo a rovistare le macerie sotto il cavalcavia, che erano sequestrate», così le parole di Falorni il 28 gennaio 2015: «Furono rigirate per ben due volte con una benna e con le mani si scavava per cercare un resto...Setacciammo con gli stacci per la polenta. Per due giorni. Poi arrivarono i cani, da Genova». Ma fu la scia di formiche ad indicare dove cercare: e fu trovato un frammento di un ginocchio.

Difficile ascoltare, difficile ricordare, tornare su quelle testimonianze. Quando Andrea Maccioni ricorda Lorenzo, due anni, in ospedale, mentre lui - fratello della mamma Stefania - correva come un pazzo tra i suoi cari in fin di vita: «Piccolo, tutto fasciato, in un letto grande, attaccato a diversi macchinari, ad un respiratore». La sera del 30 giugno 2009 Lorenzo muore: «Mi fecero entrare...Vidi tutto spento e questo fagottino inerme. L’accarezzai. Pensai che era morto solo...».

Maccioni si commuove e abbraccia forte il legale. Ma non basteranno tutte le lacrime del mondo per continuare a piangere i 32 morti di Viareggio.

Il processo d’Appello prosegue domani, con gli interventi degli altri avvocati di parte civile, tra i quali il legale dell’associazione dei familiari delle vittime, “Il mondo che vorrei”, e quello del Comitato “Matteo Valenti”, che si è costituito parte civile. Si prosegue - così la precisione - con la discussione delle partici civili fino al 19 febbraio. Poi, il 21, la parola tocca ai difensori degli imputati.

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