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Le coreografie della discordia I carristi: «Ma non sono così decisive»

Simone Pierotti
Le coreografie della discordia I carristi: «Ma non sono così decisive»

I viareggini si dividono, ma ormai ogni costruzione ha la sua: «Se contassero davvero vincerebbero sempre i Lebigre...»

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Da anni dividono i viareggini in due fazioni, a mo’ di guelfi e ghibellini. Fanno discutere, che poi è il sale del Carnevale. Le coreografie sono uno dei fenomeni che hanno caratterizzato il recente passato. Un espediente che i carristi adottano sempre più per puntare a vincere.

Ma sono davvero così determinanti? «Dipende da che peso le dà il costruttore, non dalle giurie: una coreografia da sola non va da molte parti…» Dell’attuale generazione di carristi, Alessandro Avanzini è stato fra i primi a lanciare questa new wave. Una scelta di rottura che gli ha portato successi, ma anche critiche. «L’essenza del Carnevale rimane il carro: credo nella cultura del lavoro, che ho sempre svolto senza ricercare il consenso. La coreografia è un complemento, purché studiato e sviluppato bene, altrimenti si fa solo dell’aerobica…»

Di sicuro non erano sgangherati i soldati di Papaveri rossi, la costruzione vincitrice del 2018: «Me lo dicevano tutti: ‘Bello il carro, poi ci sono quelli davanti’ – ricorda Umberto Cinquini – se stimolate, le maschere si sentono orgogliose di contribuire alla riuscita del Carnevale. Più che di sole coreografie, parlerei di completezza dello spettacolo».

Ne è convinto pure Jacopo Allegrucci: «Il carro rimane l’elemento principale, anche se al pubblico bisogna offrire qualcosa in più: il Carnevale va avanti, bisogna adeguarsi». Da qui la scelta di prevedere le coreografie, a differenza del passato, per tutta la durata del corso: «Non rimpiango nulla. In estate ho spiegato chiaramente cosa avevo in mente, una sessantina di persone se n’è andata ma li ho subito rimpiazzati con altri». Il padre Vittoriano, nell’hangar, gli fa eco: «Scrivilo, noi non abbiamo mandato via nessuno».

«Certo è che una bella coreografia accompagnata a una costruzione alto livello è un punto in più a tuo favore – osserva poi Massimo Breschi - rispetto a qualche anno fa ho perso tanti figuranti, è vero, e le pedane aggregative si sono riempite. Ma è sbagliata l’idea che il Carnevale sia anarchia».

A proposito di regole: «Io sarei per studiare a tavolino, i carristi di concerto con la Fondazione, una soluzione per rendere lo spettacolo più fluido ed evitare d’intasare piazza Mazzini– è la proposta di Luigi Bonetti - servono tempistiche adeguate».

Anche Fabrizio Galli preferisce che siano le costruzioni a parlare: «Se curi la coreografia puoi scalare qualche posizione in classifica, ma non vincere: il mio Barbarians sta lì a ricordarlo. Il problema semmai è la giuria: chi viene da fuori non conosce la storia del Carnevale e se appartiene al mondo dell’arte o del teatro privilegerà un certo tipo di spettacolo. Comunque, se le coreografie fossero così decisive vincerebbero sempre i Lebigre».

E cosa ne pensa, appunto, Elodie Lebigre? «Per noi la coreografia è vivere insieme il Carnevale con la famiglia allargata delle nostre maschere. Ci dà calore umano, se vogliamo è un po’ come i rioni. Non c’è mai stata forzatura da parte nostra, prima di tutto viene il loro divertimento».

Molto più critico su questo fenomeno, invece, Roberto Vannucci: «Il Carnevale sta prendendo una piega che non mi piace: rischia di passare il messaggio che se non ti adegui non vinci. Ma se vale più la coreografia del carro allora si snatura il Carnevale: per me una volta a settimana di prove sono già troppo. I viareggini valutano il carro, e le giurie? Troppo intellettuali».

«Basta di seguire queste mode – è il pensiero di Carlo Lombardi – io sono pagato per fare il carro e sui viali a mare porto il mio ‘compito’. Spero solo di non essere penalizzato per questo». Quindi le coreografie non sono così vincolanti nel giudizio di un carro? Lombardi ride e chiosa: «Te lo so ridire a fine Carnevale…». —

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