«Non siate gregari, liberate il talento»: l’invito a osare del padre della robotica
Paolo Dario: chi ha idee si ribelli. Lo show del robot Pepper. Dal “talk” al Palazzo Pancaldi una rotta per il futuro
“Cosa c’è da fare per avere più sprint nell’innovazione? Nient’altro che questo: educare le persone innovative, e liberarne il potenziale». È il messaggio che Paolo Dario, lo scienziato livornese “padre” della biorobotica, alle “Sfide dell’innovazione”, l’iniziativa firmata La Stampa in tandem con Il Tirreno e gli altri quotidiani del gruppo Gedi, che ha visto alternarsi sulla scena i direttori Maurizio Molinari (La Stampa), Luigi Vicinanza (Il Tirreno con il vice Fabrizio Brancoli) e Luca Ubaldeschi (Secolo XIX). Del resto, in una intervista al nostro giornale il prof l’aveva detto che «non si creano innovatori sfornando “cloni” e gregari ma aprendo la porta ai “ribelli”, a chi non è soddisfatto del presente e cerca qualcosa di più». Vedi alla voce: Robin Williams nei panni del prof. Keating nel film “L’attimo fuggente”. O anche: Steve Jobs che lascia ai ragazzi di Stanford il testamento di una vita.
Ma è lo stesso Dario a spendere un paio di esempi per ricordarci che sul fronte dell’innovazione si prende anche qualche cantonata. L’uno lo prende dal film “Blade runner”: benché disegni l’ultrafuturo, non riesce a immaginare gli smartphone e infila Roy Batty a fare una chiamata da una cabina telefonica. L’altro appartiene alle storie di aziende da harakiri: come la Kodak che inventa la macchina digitale ma decide di lasciar perdere o come la Nokia che è la superstar dei primi cellulari ma poi chiude perché ha snobbato la svolta degli smartphone. Chissà – dice – se Frost & Sullivan sbagliano la profezia quando anticipano al 2030 l’ingresso del robot-assistente praticamente in ogni casa…
Il racconto della nuova frontiera inizia con il robot umanoide Pepper di Intesa San Paolo. Eppure l’immagine-simbolo dell’iniziativa è un faro quasi millenario anziché un bel bio-esperimento da condurre a bordo di un’astronave in assenza di gravità, un veicolo a guida autonoma o un codice di programmazione che nuota nel cyberspazio: tasselli del puzzle che potremmo trovare a Livorno fra il Sant’Anna sul lungomare, la Kayser sulla provinciale per il Gabbro e il test Autopilot del Cnit-Cnr in tandem con l’Authority. Di più: siamo ai bagni Pancaldi, che nel logo portano la scritta vintage “dal 1840”? Colpa del fatto che, in realtà, non esiste innovazione che prescinda dall’odore della storia. Lo dimostra il fatto che due delle precedenti tappe del tour sono state a Torino all’ex Ogr in officine dei treni tramutate in “officine delle idee” o a Alba all’ex filanda che Ferrero ha trasformato in polo di ricerca.
La riprova la offre la fisionomia degli ospiti: ci sono Alessandro Fino, amministratore delegato di Olt, e l’ammiraglio Pierpaolo Ribuffo, comandante dell’Accademia. Ma è soprattutto Albiera Antinori, erede di una dinastia di vignaioli e nessuna intenzione di rovinare tutto con una meccanizzazione spinta, a mettere le cose in chiaro: «Certo che utilizziamo droni, satelliti e commercio on-line ma questo consente solo di far meglio quello che facciamo da una vita». L’idea che l’innovazione non sia solo una iniezione di high tech arriva da una sottolineatura dedicata al boom del vino di Bolgheri: una delle tre zone più famose al mondo per la qualità del vino, eppure fino a pochi decenni fa nessuno vi avrebbe puntato un soldo.
Tutti aspetti che saltano fuori quando sale alla ribalta Oscar Farinetti, il “signor Eataly”: «L’Italia è il Paeses che ha un concentrato senza precedenti di biodiversità e di patrimonio artistico: bisogna raccontarlo al mondo». È la lunghezza d’onda sulla quale si muove anche il sindaco Nogarin: «Siamo una città relativamente giovane con una spinta alla modernità che sa integrare culture differenti».
Prima di farsi storia nei decenni e nei secoli, tanto i Pancaldi che il faro hanno rappresentato un salto nel futuro. Più di un secolo e mezzo fa i Pancaldi hanno inventato la traduzione delle “bagnature di mare” in “industria” del turismo in riva al mare con il format della mondanità da spiaggia che poi dilagherà. A un passo da lì, la Livorno di inizio Novecento faceva un altro tuffo nell’innovazione: al parco Eden il debutto del cinematografo dei fratelli Lumière fuori da Parigi; al Grand Hotel Palazzo i primissimi esperimenti di Guglielmo Marconi con il “nonno” del radar (lo creerà, sempre a Livorno ma all’Accademia Navale, negli anni ’30 l’ingegner Ugo Tiberio che avrà gli eredi in Mariteleradar e poi Vallauri).
Anche il Fanale era stata una novità dirompente: agli inizi del Trecento uno dei primi fari nel Mediterraneo. Finito in cento ex-voto “per grazia ricevuta” al santuario di Montenero: segnalava un porto sicuro a chi stava nella precarietà delle onde in mezzo al libeccio. Adesso no, anzi è alla rovescia: c’è semmai bisogno che la luce del Fanale che illumina l’orizzonte a Ovest valga come un invito alla città bella addormentata perché riprenda il largo e vada a sfidare il mare aperto. —
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