Il Tirreno

Versilia

Rapinano le Poste ma in carcere ci finiscono dopo 18 anni

Melania Carnevali
Le Poste di Lido di Camaiore
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Le Poste di Lido di Camaiore

In cinque entrarono nell’ufficio di Lido di Camaiore e sequestrarono per un’ora gli impiegati, facendo aprire la cassaforte e portando via 150 milioni delle vecchie lire

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LIDO DI CAMAIORE. Per un’ora l’ufficio postale rimase in balia dei rapinatori. Avevano il volto scoperto, in mano pistole giocattolo che però nessuno sapeva fossero giocattolo. Fecero sdraiare a terra gli impiegati. Minacciarono di sparare. Infine svuotarono la cassaforte e se ne andarono con 150milioni delle vecchie lire nei borsoni. Era l’agosto del 2000, l’ufficio era quello di Lido di Camaiore. I rapinatori riuscirono a far perdere le loro tracce, fino a quando uno dei componenti della banda confessò tutto. In cinque finirono alla sbarra.

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Adesso, a distanza di oltre 18 anni, sono arrivate le condanne definitive per gli ultimi due componenti della banda rimasti liberi: Salvatore Giannino, allora 27enne, condannato a cinque anni, Salvatore Locata, all’epoca trentenne con un curriculum criminale già fitto, otto anni. Sono finiti in carcere il giorno di Natale. La rapina aggravata ha infatti una prescrizione lunga.

I fatti

Non sono ancora le otto di mattina del 28 agosto del 2000. Gli sportelli sono ancora chiusi. Davanti all’ufficio arriva un postino. Sta per entrare in servizio. Davanti alla porta si sente una pistola puntata alla testa. Dietro di lui, sono in due. Gli ordinano di entrare. «Tutti a terra», gridano dentro. I dipendenti si sdraiano a pancia in giù. Uno della banda va nel retro e apre la porta ai complici. Fanno rialzare gli impiegati e li raggruppano in angolo. Sono in tredici, manca la direttrice. Serve lei per aprire la cassaforte. I minuti passano. Le pistole continuano a rimanere puntate sugli impiegati. «State fermi o spariamo». Fuori stanno per arrivare i primi utenti. Arriva la direttrice. La trascinano davanti alla cassaforte. La obbligano ad aprirla e riempiono i borsoni. Riescono a prendere 40milioni di lire in contanti, altri 15milioni in assegni, 80milioni in valori bollati. Fanno svuotare anche le borse agli impiegati e racimolano altri 275mila euro e un cellulare. Poi fuggono con degli scooter, anche quelli rubati.

La confessione

Quello che succede dopo è agli atti grazie alla confessione del complice. I cinque si dividono. Si ritrovano la sera a Scossicci (Porto Recanati), dove si divino il bottino e passano la notte. Il giorno dopo due di loro prendono l’aereo a Bologna (uno usando un nome falso) e tornano in Sicilia. Gli altri si dividono. Il colpo è finito.

Le indagini

Con la confessione gli investigatori confrontano i tabulati delle telefonate dei sospettati e scoprono che, effettivamente, si trovavano in quella zona la mattina del 28 agosto. I testimoni, poi, fanno il resto: li riconoscono nel fascicolo fotografico. Tutti tranne, che verrà infatti assolto in primo grado. Il cerchio a questo punto è chiuso. Due di loro, Maurizio Battiato e Vincenzo Campagna detto l’Enzo, scelgono il rito abbreviato. Gli altri vanno a processo, nel 2005. Oltre 18 anni dopo si chiude l’ultimo capitolo. La Cassazione ha rigettato il ricorso degli ultimi due banditi, confermando l e condanne (la corte di appello l’aveva ridotta solo a Giannino).


 

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