Il Tirreno

Versilia

La rabbia di una mamma: «Nessuno ha soccorso mio figlio dopo l’incidente»

Luca Basile
La rabbia di una mamma: «Nessuno ha soccorso mio figlio dopo l’incidente»

Lo sfogo dell’infermiera su Facebook: «Aveva il telefono scarico, chiedeva aiuto. Non hanno chiamato nemmeno il 118» 

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Abbiamo perso l’umanità. Poche parole dove rabbia e amarezza celano una rassegnazione di fondo. O forse, quello di Federica Domenicali, infermiera all’ospedale Versilia e mamma di Gabriele (abitano a Querceta), non è rassegnazione, ma solo un grido di aiuto ed un invito a fermarsi un istante e non per «scendere dal mondo».

No, giusto per riflettere. «Mio figlio martedì scorso, in tarda serata, ha perso il controllo del suo scooter ed è andato a sbattere contro un muretto in via Pontenuovo, a Pietrasanta. Ha una doppia frattura a un piede e dovrà portare il gesso per un mese, ma vista la dinamica gli è andata bene. Oggi potremmo stare qui a piangere, a disperarci: al solo pensiero mi sento male. Ma il punto del mio sfogo, se così lo posso definire, fatto volutamente su Facebook, è un altro. Gabriele si è fatto male da solo, cadendo rovinosamente per terra ed è svenuto per il dolore. Quando ha ripreso i sensi ha provato a chiamarci, ma aveva il telefonino scarico: allora ha cominciato a gridare aiuto, a fare cenno alle auto che stavano transitando nei pressi di fermarsi. A soccorrerlo. Ma nonostante le sue grida e la sua disperazione nessuno si è degnato di fermarsi, di capire cosa fosse successo a quel ragazzino che urlava aiuto abbandonato e a terra sul ciglio della strada. Tutto questo è sconvolgente – racconta mamma Federica –. Forse fra quelli che hanno visto mio figlio lì per terra c’era qualcuno che aveva commentato e condannato il tragico episodio di Roma dove una minorenne è stata violentata ed uccisa nell’indifferenza generale. Ecco, lo stesso comportamento, sia pure con tutte le diversità del caso, è stato tenuto nei confronti di mio figlio: pensarlo su quella strada, da solo, ignorato da chi gli è passato accanto, mi fa rabbrividire. Io capisco la paura, la diffidenza, il timore che un grido di aiuto nasconda altro, ma qui parliamo di un ragazzino solo e ferito che aveva bisogno di essere soccorso e rassicurato. E allora mi chiedo, ma dov’è finita l’umanità. Ma cosa stiamo diventando o forse siamo già diventati. E allora temo che ci sia solo da vergognarsi».

Alla fine, Gabriele, forse proprio per la rabbia per quanto successo, è riuscito ad alzarsi in qualche modo in piedi e a trascinarsi verso una casa nelle vicinanze, dove abita un amico. «Già eravamo in pensiero perché non era ancora tornato a casa: quando abbiamo sentito squillare il telefono l’unica cosa che ha contato, è stato sentire la sua voce. Da lì a poco era al pronto soccorso dove ha trascorso la notte – spiega Domenicali –: adesso è a casa, ne avrà per un po’, ma l’episodio lo ha profondamente turbato. Il fatto che nessuno si sia fermato lo ha ferito. E al tempo stesso è arrabbiato; come possiamo dargli torto? Che fiducia può avere un ragazzino nei confronti del prossimo dopo un episodio del genere».

Federica Domenicali, ogni giorno, in ospedale, ha a che fare con il dolore e la paura delle persone.

«E, nel mio piccolo, cerco sempre di essere di supporto, di comprendere, di stare vicino: è il mio lavoro, certo, ma è anche il modo di essere. E invece, nell’episodio che ha coinvolto nostro figlio, vedo l’indifferenza più totale. L’indifferenza che ci fa diventare ancora peggio delle bestie. E questo non possiamo accettarlo. Non possiamo». —


 

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