Usura ed estorsione: via al processo-bis per Vincenzo Saetta
In primo grado era stato condannato a 16 anni di carcere Secondo l’accusa avrebbe gestito un giro da due milioni
VIAREGGIO
Si aprirà il 27 settembre in Corte d’Assise d’appello il processo-bis sull’usura in Versilia: una maxi-inchiesta della Procura distrettuale antimafia e della Guardia di finanza di Firenze che nel 2015 vide il 46enne Vincenzo Saetta condannato assieme ad altri imputati. Saetta, a cui i giudici di primo grado hanno inflitto 16 anni di carcere, fu riconosciuto colpevole di usura, estorsione e associazione a delinquere. Ma il tribunale di Lucca fece cadere una delle accuse più gravi: quella di presunta affiliazione alla camorra. Accusa che era il perno dell’indagine, gestita proprio dall’Antimafia.
Secondo gli inquirenti Saetta, che oggi è libero, sarebbe stato a capo di un’associazione a delinquere che per cinque anni (dal 2003 all’inizio del 2008) avrebbe prestato a diciassette persone circa 2 milioni di euro complessivi, con tassi usurari. Le vittime, tra cui medici, imprenditori e anche casalinghe, si sarebbero viste applicare interessi dal 200 al 500% sulle somme prestate. Ma in alcuni casi, a detta dell’accusa, si sfiorava il 10.000% di interesse annuo. Col risultato che un debito originario di 150.000 euro poteva salire velocemente fino al milione. E quando le somme non venivano restituite, sarebbe scattato il recupero crediti con minacce e intimidazioni. Anche tramite pistole. Da qui l’ulteriore imputazione di estorsione.
A Saetta, inoltre, era stato contestato il sequestro di persona: una delle vittime dell’usura sarebbe stata caricata in auto e portata di forza a Lugano e a Milano, con l’obiettivo di farsi restituire parte del prestito. A Saetta ed altre sei persone veniva imputato, inoltre, il fatto di aver raccolto, tramite una ricevitoria di sua proprietà a Viareggio, scommesse clandestine sulle partite di calcio nazionale e internazionale. I giudici del tribunale di Lucca hanno condannato Saetta, assistito dagli avvocati Eriberto Rosso e Manuele Ciappi, a sedici anni. È stata la condanna più pesante assieme a quella di Alessandro Discetti, tutelato dall’avvocato Massimo Landi: dodici anni. —
M.T.
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