Italia
Carabiniere di Pietrasanta ustionato nello scoppio sull’A14
Il maresciallo Arturo Guidoni era appena rientrato dalle ferie in Versilia «Ho pensato a mio figlio e mi sono detto: questa volta non lo vedrò più»
PIETRASANTA. Tutto è successo in pochi secondi. Come sempre. Non servono mai ore a un disastro. Lo scoppio, il boato, la luce rossa che invade tutto, l’onda di calore a chissà quanti gradi Celsius che scivola veloce sull’asfalto bollente come la lingua infuocata di un mostro e divora tutto. Il corpo corre da una parte, la mente da un’altra. «Quando ho sentito l’onda di aria bollente che mi stava cadendo addosso, ho visto il volto di mio figlio. Mi sono detto: non lo vedrò più. E ho iniziato a correre veloce, sentivo il fuoco che mi seguiva, e continuavo a pensare: questa volta non ne esco vivo». E proprio mentre pensava che non ne sarebbe uscito vivo, Arturo Guidoni – 52 anni, maresciallo dei carabinieri della compagnia di Borgo Panigale – si è fiondato contro la vetrina di un bar chiuso e si è tuffato dentro, a terra. I vetri rotti erano ancora in aria, quando la lingua di fuoco è passata lì davanti. «Me la sono cavata con un ustione di secondo grado alla testa e alle braccia, è solo un caso che non sia andata peggio», racconta il maresciallo già dimesso dall’ospedale.
Lunedì mattina era appena tornato al lavoro dopo un mese di ferie qui, a Pietrasanta, dove è nato, cresciuto e dove torna ogni fine settimana. «Qui ho tutti i parenti». La compagnia dove lavora è a cento metri di distanza dal luogo sul raccordo autostradale in cui è esplosa l’autocisterna dopo il tamponamento. «Abbiamo sentito un boato, siamo usciti e abbiamo visto una colonna di fumo altissima, seguita da fiamme di venti, trenta metri. Siamo andati a vedere cosa stesse accadendo, sotto il cavalcavia, sulla via Emilia, e abbiamo capito. Così abbiamo iniziato a fare il nostro lavoro: abbiamo iniziato a mandare via le auto e i curiosi per liberare la strada. Lì sopra sembrava l’inferno».
Ma all’inferno dovevano ancora arrivarci. Mentre cercava, con altri colleghi, di svuotare la strada, c’è stata un’altra esplosione, più grande. E poi un’altra. Sembrava non finire più. «Si è illuminato tutto di rosso, l’aria è diventata irrespirabile – ricorda –. Abbiamo sentito il calore caderci addosso. C’è chi è volato a terra. Bruciava tantissimo. Sembrava di essere dentro una palla di fuoco. Abbiamo visto un’onda di fuoco rincorrerci e abbiamo iniziato a correre. Correvo, correvo. Ho rotto la vetrina del bar per salvarmi». Da lì, poi, tutto è sembrato ancora più irreale. L’odore di bruciato, le scarpe di chissà chi appiccicate al bitume sciolto, i visi anneriti, gli occhi spalancati, le sirene delle ambulanze, la corsa in ospedale, e un ultimo pensiero: «Sono vivo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
