Il Tirreno

Versilia

Morì dopo un ictus in crociera Medico seravezzino a processo

di Melania Carnevali
Morì dopo un ictus in crociera Medico seravezzino a processo

Condannato in primo grado, poi assolto in secondo: la Cassazione rinvia tutto alla Corte di appello Il professionista è accusato di omicidio colposo per non aver fatto trasferire il paziente in ospedale

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SERAVEZZA. Scelse di curare il paziente che aveva avuto un ictus con dei farmaci, piuttosto che farlo trasferire d’urgenza con un elicottero nell’ospedale più vicino, cioè a Reykjavík (Islanda) o ad Amsterdam. Ma il paziente – Pietro Mantovani, 47 anni, milanese, amministratore delegato di una società aerospaziale – morì all’ospedale Niguarda di Milano, poco dopo il trasbordo dalla nave da crociera. Per questo Giuseppe Tonini, il medico di bordo della Costa Deliziosa (nave della Costa crociere) è accusato di omicidio colposo. Il processo, in realtà, torna in Appello. Il medico seravezzino era stato infatti condannato in primo grado dal tribunale di Milano e assolto poi in secondo «perché il fatto non costituisce reato». Ma adesso è arrivata anche la sentenza della Cassazione, che annulla il precedente verdetto e rinvia tutto alla Corte di appello per un ulteriore giudizio (l’udienza non è stata ancora fissata).

Secondo la Corte suprema, infatti, i giudici di secondo grado non hanno tenuto conto di due aspetti fondamentali prima di assolvere l’imputato. Primo: se effettivamente il trasporto d’urgenza fosse possibile, dal momento che, trovandosi a lavorare su una nave da crociera al largo delle coste della Groenlandia, Tonini, «si trovò a operare» in condizioni di «reale difficoltà». Secondo: se la sua condotta (quella di decidere di non trasferire immediatamente il paziente in una struttura attrezzata) sia stata la causa del decesso (va individuato, dice la Cassazione, «il nesso causale) o se l’uomo sarebbe morto comunque.

I fatti risalgono al 2011. È il pomeriggio dell’8 agosto quando Mantovani, in crociera con la moglie, dopo aver fatto fitness e mangiato inizia ad accusare un malore. Raggiunge il desk, ma non riesce a parlare. Si fa consegnare un foglio e ci scrive sopra “infarto”. Lo ricoverano subito in infermeria. Il medico gli somministra dei farmaci e lo dimette, dicendo alla moglie che la situazione era risolta ma che, una volta arrivati a Ilulissat, sarebbe stato opportuno fare una visita neurologica. La mattina dopo la moglie torna in infermeria (come suggerito dal medico di bordo), ma le viene detto da Tonini che nell’ospedale di Ilulissat il neurologo non era disponibile. La sera, dopo cena, Mantovani, mentre scende le scale, si accascia e perde le forze, colpito da un ictus. A quel punto l’imprenditore viene portato all’ospedale di Ilulissat, che è un villaggio di 4.500 abitanti della Groenlandia, e lì lasciato a un ginecologo (l’unico medico presente): per la visita neurologica dovrà aspettare il giorno dopo. La moglie riceve due telefonate della Mondial Assistance, l’assicurazione della nave: la prima per garantire l’arrivo dei soccorsi, la seconda, il giorno dopo, per manifestare le difficoltà a recuperare il marito. Allora i Mantovani fanno da sé. Arrivano a Milano da soli la sera dell’11 agosto su un aereo della Air Ambulance. In volo l’uomo però ha un arresto cardiocircolatorio e la mattina del 13 muore all’ospedale Niguarda.

Secondo la Corte di appello di Milano, la condotta di Tonini non costituisce reato proprio perché il rischio di ictus dopo un attacco ischemico (che è il caso di Mantovani) nelle 48 ore successivo «è medio basso» e «le condizioni del paziente non imponevano, secondo le linee guida internazionali, terapia diversa da quella somministrata». Inoltre, secondo i giudici di secondo grado, in una valutazione costi-benefici, il non aver rischiato un trasporto azzardato (quello in elicottero dalla nave all’ospedale più vicino) è stata la decisione «più prudente». Secondo la Cassazione, invece, posto che la diagnosi fatta dal medico era corretta, come anche la cura, per stabilire se sia colpevole o meno, bisogna prima capire se la morte dell’imprenditore fosse evitabile.

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