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Ex nostromo, condanna definitiva

di Donatella Francesconi
Ex nostromo, condanna definitiva

Era stato arrestato nell’ambito dell’indagine dei carabinieri sulle mazzette per gli ormeggi in porto

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VIAREGGIO. È definitiva la condanna per l’ex nostromo del porto Stefano La Rosa al quale il Tribunale di Lucca, in primo grado (Gup Riccardo Nerucci, pm Fabio Origlio), aveva comminato una pena di 3 anni, poi ridotti a 2 e mesi 4 dalla Corte di Appello di Firenze ritenendo prescritti i reati commessi dall’ufficiale della Capitaneria di Viareggio prima del 7 dicembre 2008. L’ufficiale era stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta condotta dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Lucca, con un lavoro che il Gip Alessandro Dal Torrione, nell’ordina che disponeva il provvedimento restrittivo, così aveva definito: «Una indagine approfondita “sul campo”». Appena un anno dopo dall’arresto l’ex nostromo era stato condannato in primo grado per i reati di corruzione ed atti contrari ai doveri d’ufficio, in concorso e con la continuazione del reato. Nel giugno 2016 era poi arrivata la sentenza della Corte d’Appello. Ora la condanna è definitiva, avendo la Cassazione respinto il ricorso presentato dai legali di La Rosa.

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Al di là della condanna, conta la conferma di quanto emerso dalle indagini dei militari dell’Arma che hanno svelato il giro di riscossioni illecite che l’ufficiale aveva messo in piedi ricavando un ingente guadagno dalle banchine destinate alle barche ai lavori, il cui utilizzo era gratuito. Le accuse formulate dall’indagine condotta dal maresciallo Piero Tocci, definite dal Gip Dal Torrione come «dotate di estrema forza e valenza probatoria», hanno retto fino al terzo grado di giudizio. Tanto che gli stessi giudici di Cassazione scrivono: «Del tutto correttamente i giudici di appello hanno ritenuto sussistente un quadro probatorio univoco e convergente a carico dell'imputato». Del tutto promosso anche il lavoro sul campo, effettuato guadagnandosi la fiducia dei testimoni con quel lavoro sul campo che - scriveva Dal Torrione - aveva fatto «emergere i malumori dell’utenza» e soprattutto aveva «indotto alcuni dei corrotti a confessare spontaneamente le condotte illecite». I giudici, nella sentenza di terzo grado sottolineano «le convergenti dichiarazioni testimoniali, che indicano nel nostromo il titolare del rilascio delle autorizzazioni ed il destinatario delle dazioni illecite». All’interno di un sistema che avrebbe dovuto accorgersi di quanto accadeva e, invece, era arrivato - coinvolgendo i massimi livelli - fino al punto di tentare di rimuovere le cimici che si credeva l’Arma avesse messo in Capitaneria.
 

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