Il Tirreno

Versilia

integrazione

Quelli che dribblano il razzismo giocando a pallone

di Gabriele Noli
Quelli che dribblano il razzismo giocando a pallone

Il Sankara è la prima squadra di calcio multietnica formata da viareggini e richiedenti asilo

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VIAREGGIO. Si può perdere una partita, ma il sorriso, quello mai, «anche se io gioco sempre per vincere». Aboubacar ha 20 anni, gli ultimi due e mezzo trascorsi in Italia, dove è arrivato con un barcone. Era ancora minorenne quando si è convinto ad andarsene dal Camerun, il Paese in cui è nato, e di riflesso lasciarsi alle spalle un’infanzia dannatamente tribolata, impossibile da dimenticare. Quel viaggio così logorante per mente e fisico lo ha affrontato accompagnato da mille speranze e nessuna certezza. Da bambino trascorreva le sue giornate sì sui campi, ma non da calcio.

«Ho cominciato a lavorare come agricoltore quando avevo 8-9 anni», racconta con voce sottile e un italiano efficace, pur scarno. «Anche se all’inizio sapevo dire solo “Ciao”», ammette. Lui è il centravanti del Sankara Fc, la squadra che agglomera una decina di rifugiati, scappati prima che per loro fosse troppo tardi da stati messi in ginocchio da guerre e povertà. Arrivano quasi tutti dall’Africa e assieme a un gruppo di ragazzi italiani formano un club multietnico, concreta esaltazione del concetto di “integrazione” espresso con la lingua universale del calcio. Quello a 7, nello specifico.

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Il Sankara ha disputato il campionato Uisp e, nonostante un rendimento altalenante, ha comunque vinto. Perché il risultato inseguito e ottenuto non contempla quante reti si segnano o si subiscono. «Se in rosa ci fossero stati esclusivamente stranieri, avremmo rischiato di creare un ghetto. In questo modo, invece, vi è un continuo scambio di esperienze tra le persone, senza muri. È una risposta alla diffidenza, un’opportunità in più per i rifugiati, ma anche per noi», spiega Alessandro Bartolini, presidente della società il cui nome è un inequivocabile riferimento a Thomas Sankara, militare, politico e rivoluzionario burkinabè, considerato il “Che Guevara” africano. «Sfidiamo i luoghi comuni: con questo progetto si tutelano diritti, principio alla base della solidarietà umana, e al tempo stesso si esigono doveri, come il rispetto per i compagni di squadra, gli avversari e le regole. Noi abbiamo una chat di gruppo su whatsapp: chi non risponde alla convocazione entro la scadenza fissata, viene escluso. Cerchiamo di attuare questo scambio bidirezionale attraverso il calcio, che è lo specchio della vita quotidiana», aggiunge Stefano Piccolomini. Pure lui dedica tempo, anima e corpo al Sankara. Come Aboubacar e Alessandro, si lascia scappare una risata quando ripensa alla gara d’esordio persa con 16 gol di scarto. «Nell’altra squadra c’erano Bonuccelli e Fommei (due gloriose icone del Viareggio negli anni a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio): è stato un trauma, le partite seguenti sono andate meglio», rimarcano. E in effetti, assorbita quella batosta, la formazione allenata da Fabio Del Giudice ha cominciato a conquistare i primi successi, anche se non sempre tutto è filato liscio. E Bartolini non lo nasconde: «È capitato di rimediare una sconfitta pessima nella forma: siamo andati allo sbaraglio, mancando di dignità. Mai mi sono arrabbiato tanto in vita mia. Un ragazzo mi ha detto: “Non pensavo che sarebbe stato così difficile”. Questione non di risultato, ma dell’approccio con cui bisogna affrontare le situazioni: con impegno, serietà e sacrificio, senza voltarsi dall’altra parte. Questo non è un atteggiamento pedagogico, le certezze che abbiamo acquisito ce le siamo costruite», precisa Bartolini, presidente e pure difensore centrale del Sankara.

Aboubacar, invece, è un attaccante a cui manca il vizio del gol. Non la voglia di fare, però. Sta frequentando un corso per diventare pasticcere, ha brillantemente superato l’esame di teoria per la patente B e a breve svolgerà la prova pratica. La sua storia si intreccia con quelle di ragazzi che come lui hanno rischiato la vita aggrappandosi al desiderio di un domani migliore. «E noi forniamo loro gli strumenti necessari per garantirselo», afferma Piccolomini. Faith fa il lavapiatti, Ebrima la aiuto cuoca, Kelvin l’addetto alle pulizie, Alì ripara le biciclette, Lamine il giardiniere, Mamadì il cameriere ai piani, Moussa e Sadjo i contadini. Ogni settimana nell’altra metà di un campo da calcetto c’è un avversario da battere. E poi uno ancor più subdolo, latente. Che non si vede, ma può bastare un attimo percepirlo: il razzismo. «Per ora di episodi del genere non ne sono accaduti, anzi la risposta è stata positiva», rassicura Bartolini. Gli fa eco Aboubacar, ripercorrendo con la mente e le parole quel giorno in cui, «mentre stavo andando in laboratorio per il corso di pasticceria, ho incontrato un ragazzo del club contro cui avevamo vinto la nostra prima partita. Abbiamo preso un caffè insieme». Distanze che si riducono, consapevolezze che maturano. «Viareggio – commenta Bartolini - è una città accogliente e solidale, che sa capire le situazioni. Il nostro progetto ha suscitato curiosità e interesse, il difficile però sorge ora. Ci stiamo mettendo tutti noi stessi per riuscirci. È uscire a testa alta quello che conta. Ogni volta». In campo e fuori.
 

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