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Sandro Luporini: "Torno in teatro, ma con Gaber era tutto più facile"
L'altra metà del signor G. torna in pubblico con un nuovo spettacolo che arriva dopo 15 anni di silenzio artistico. E parla a ruota libera. Svelando: "Mi pento di aver scritto "Destra e sinistra": credo di aver detto una cretinata"
VIAREGGIO. Il giorno in cui Giorgio Gaber se ne è andato, nel lontano 2003, aveva smesso di scrivere. O, meglio, ha continuato a tirar giù i suoi pensieri su quaderni e taccuini che però ha gelosamente tenuto chiusi a chiave in qualche cassetto. Quindici anni sono passati da quando il signor G si è spento nella sua casa di Montemagno, sulle colline di Camaiore. Tre lustri che sono serviti ad elaborare quello che è stato molto più di un lutto artistico. Perché Sandro Luporini non è solo l’autore delle canzoni e dei testi teatrali di Giorgio Gaber. È stato il suo migliore amico, il suo compagno di viaggio, il suo confidente. Fino ad intrecciare con lui una parentela, visto che a forza di bazzicarsi il nipote Roberto si è innamorato e poi ha sposato Dalia, l’adorata figlia di Giorgio.
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Ebbene, dopo quindici anni – e alla veneranda età di 88 anni da compiere a luglio – l’altra metà del signor G ha deciso di rimettersi in gioco. E il prossimo 18 aprile debutterà al teatro Puccini di Torre del Lago (e il giorno dopo sarà al Giglio di Lucca) con un nuovo spettacolo il cui titolo sembra calzare a pennello con la situazione politica di questi giorni: Lo stallo. Anche se in realtà l’attualità non ha nulla a che vedere con quest’opera, Luporini si presta al gioco. E per una volta, lui sempre così schivo e poco propenso ad aprirsi di fronte ai giornalisti, decide di confessarsi pubblicamente. «Non ho mai amato le conferenze stampa, mi mettono a disagio. Ma qui nella mia Viareggio anche certi riti hanno un sapore quasi familiare», ammette sorridendo.
Sandro Luporini torna a teatro dopo tanti anni con “Lo stallo”. Dal titolo sembrerebbe uno spettacolo scritto a pennello per questi convulsi giorni in cui si sta cercando di mettere in piedi un governo…
«Lo stallo di cui parlo nello spettacolo, ovviamente, non è quello della situazione politica di questi giorni. È la sensazione di difficoltà che si prova quando si crede che qualsiasi cosa si faccia è sbagliata. Uno stato d’animo che parte dalla sfera più esistenziale dell’uomo e che sfocia poi verso il sociale. Ma qui la politica non c’entra, anche se effettivamente stallo è una delle parole che più ricorrono nel dibattito di questi giorni. Ma davvero siamo tutti così pessimisti sul fatto che non si troverà una soluzione per formare un nuovo governo? Vedrete che qualche pastrocchio lo inventano di sicuro».
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È andato a votare alle ultime elezioni?
«Sì, sono andato a votare. Non dico chi ho votato, ma sono andato con l’idea di fare il minimo danno possibile. Spero di esserci riuscito».
Lei, insieme a Giorgio Gaber, ha scritto Destra sinistra, una delle canzoni più geniali uscite dalla vostra penna. Davide Casaleggio ha dichiarato proprio in questi giorni che destra e sinistra non esistono più. È d’accordo?
«Guardi, mi pento di aver scritto quella canzone. Credo di aver detto una cretinata. Al contrario penso che ci sia un grande bisogno che esista una sinistra. E credo anche che nella gente ci sia ancora un senso della sinistra. Non trovano né una casa né delle persone adatte a rappresentarla, ma l’istanza di una politica di sinistra c’è eccome. Finché esistono le disuguaglianze, finché esistono i poveri e i ricchi, come possono non esistere la destra e la sinistra?».
E lei come si ritiene: di destra o di sinistra?
«Quando me lo chiedono, ogni tanto rispondo che sono ancora un comunista. Poi però metto le mani avanti e dico: datemi tre giorni per spiegarvi in che senso… Ma da qualche tempo penso che neppure in tre giorni sarei capace di spiegarlo».
E a cosa dovrebbe guardare la sinistra?
«Lo dicono tutti: il lavoro, il lavoro, il lavoro. Ormai parlo come D’Alema. Ed è un segno terribile».
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Facciamo un salto nel passato. Che nel suo caso vuol dire parlare di Gaber. Com’era lavorare con lui?
«Quando lavoravo con Giorgio era più facile scrivere canzoni o spettacoli teatrali. All’esterno c’era un fermento enorme. I giovani si interessavano di sociale, di politica. Ogni giorno partiva un treno. C’era continuamente materiale di discussione. Dal divorzio all’aborto. E io e Giorgio ci buttavamo su questi temi. E quando allestivamo uno spettacolo sapevamo che avremmo messo della carne in tavola che i ragazzi avrebbero addentato. I giovani di oggi e più in generale il pubblico di oggi non lo conosco affatto. Anzi, non so neppure se i giovani vanno ancora a teatro oppure no. Vedremo con questo nuovo spettacolo...»
Che rapporto ha con i giovani di oggi?
«Non ho un rapporto molto stretto con i giovani. Anzi. Diciamo che la rivoluzione del digitale non la conosco proprio. Mia figlia mi prende in giro e mi chiama “l’antico”. Però non mi vanto di questo, anche se qualche volta posso sembrare compiaciuto quando dico di non essere in grado neppure di accendere un computer. Ignorare questo mondo mi sembra una grande stupidaggine. Anche se qualche sospetto mi rimane. Qualche volta mi chiedo quanto i giovani siano soggetti e quanto siano oggetti di questo mondo. E mi domando, un po’ alla Marzullo, se è più vero che ogni ragazzo ha un suo cellulare o se non è che ogni cellulare ha un suo ragazzo».
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