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Menghino: l’artista, l’uomo e l’intellettuale in mostra a Villa Paolina
L’omaggio al pittore e carrista viareggino che seppe coniugare naif e nazional-popolare
VIAREGGIO. Palazzo Paolina ospita una mostra di Giovanni “Menghino” di Lazzarini, costruttore di carri, pittore e scultore, intellettuale di sinistra negli anni pre e post 68. Aderì a “Il Manifesto”, fu espulso dal Pci. La mostra, ordinata da Alessandra Belluomini Pucci (che dirige la Gamc di piazza Mazzini), si presta a diverse letture: è arte di un pittore che fu carrista? E’ formula nazional-popolare? E’ opera di ricerca in anni di trasformazioni profonde della coscienza collettiva?
Giovanni Lazzarini può piacere o non piacere. Ha rappresentato tuttavia un’esperienza di indiscutibile interesse, artistico e politico. E rimane testimonianza viva di tempi per alcuni ancora di “cult” per altri di folklore (così definì il maggio francese il generalissimo De Gaulle), per tutti anni che ancora bruciano e accendono il dibattito storico. Anche a Viareggio dove il ’68 visse fatti esemplari (l’assalto alla polizia, la contestazione de “La Bussola”, l’incendio di alcuni Caffè).
Giovanni Lazzarini aveva nel sangue un’arte che non disdegnava la realtà circostante; era attento lettore, era assertore di idee, polemico e intrigante, era fin da giovane personaggio pubblico perché iscritto al Pci e perché partecipante acceso di assemblee e riunioni.
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Fece il carrista, cioè si mise a costruire carri per il carnevale. Prima di lui erano stati carristi Antonio D’Arliano, Renato Santini, Sergio Baroni, Silvano Avanzini, Carlo “Bocco” Vannucci, i fratelli Pardini, Nilo Lenci, al tempo medesimo, artigiani ma forti disegnatori e modellatori. Sicché Renato Santini, meglio di altri, fu poi riconosciuto anche “ottimo pittore” con mostre in Milano, a Roma, a Firenze e l’amicizia con Renato Guttuso.
In quegli anni, dopo la guerra, ancora dominati da Lorenzo Viani (poi da Mario Marcucci) il Carnevale veniva guardato con qualche sospetto. Manlio Cancogni scriveva ch’era noioso, da piangere. Altri lo disegnavano. Non così Uberto Bonetti, artista raffinato e pubblicitario notissimo, che, fra i giovani, incoraggiò proprio Lazzarini (che si sposò con la sorella) eppoi Mario Francesconi, eppoi Silvano Avanzini che pur lavorando negli hangars, ai carri, avevano ben più pretenziose ambizioni. E Bonetti li spronò a ben altro.
Lazzarini, alle prime prove con la pittura, si mise sulla scia di Viani, Santini, cioè dipinse darsene e figure naturalistiche. Epperò capì che su questa strada sarebbe andato poco lontano. Già troppo arata e frequentata. Così prese al balzo la corrente di “nuova figurazione” (che stava nascendo a Milano grazie ad alcuni critici di sinistra) e come altri “viareggini” (Martinelli, Luporini, Mannocci, Giannini) si mise a fare quadri che rappresentavano l’alienazione provocata dal consumo di spazi, oggetti, architetture.
Era una pittura piuttosto difficile a capirsi in zone, come la Versilia, solari e scenografiche (non a caso vi aveva lavorato Galileo Chini, prestigiosa firma liberty). E poi era difficile da capire, soprattutto da parte delle masse popolari alle quali Lazzarini teneva moltissimo. E che richiamava tumultuosamente attorno ai propri carri (con Oreste Lazzari come socio), tutti realizzati su soggetti estremi e contestatori.
Si era alla fine degli anni ’60. Ribollivano le università e le fabbriche, istigati giovani da parole d’ordine lanciate da “Che” Guevara o Mao Tze Tung. Lazzarini scelse allora di stare in quel terremoto, fece proprie le parole e i giudizi dei ragazzi, aderì a “Il Manifesto” mentre Lazzari era un noto “maoista”). E sfilò sui viali a mare il famoso “gatto rosso” (richiamando la Cina, come l’avevano richiamata nel cinema Marco Bellocchio e Luc Godard).
In pittura Lazzarini abbandonò quindi l’elitaria “nuova figurazione” e grazie alla sua nuova amicizia con Cesare Zavattini (con l’ancoraggio poetico a Tonino Guerra, sceneggiatore di Fellini in “Amarcord”), trovò una formula tra il naif e il nazional-popolare. Venne ospitata nei quadri una comunità gagliarda e popolaresca, ideologica, impostata sul ricordo (le masse non erano più così da anni), che a livello nazionale fu anche affermata dal pittore siciliano Migneco.
La mostra di palazzo Paolina contiene soprattutto lavori di quest’ultimo finale di “Menghino”. Ma egli non sarebbe giunto a queste formule se non avesse traversato le altre dimensioni: la politica, la vita, la cultura progressista, la costruzione dei carri del carnevale. Le migliori cose gli fecero scuola.
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