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L'imprenditore condannato per l'omicidio del cugino: io innocente in carcere

di Matteo Tuccini
L'imprenditore condannato per l'omicidio del cugino: io innocente in carcere

Il processo in Corte d’Assise d’Appello  dovrà decidere se confermare o meno la condanna all'ergastolo

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CAMAIORE. «Sono un innocente in carcere. Vittima di un’inchiesta senza prove di Procura e polizia». A parlare per la prima volta, dopo anni di silenzio, è Roberto Romanini, il 68enne imprenditore camaiorese condannato all’ergastolo per l’omicidio del cugino Stefano Romanini, 47. Uno sfogo che avviene nella prima udienza del processo d’appello, apertosi ieri a Firenze in Corte d’Assise. Con le parole che a un certo punto vengono interrotte dalla Corte, presieduta dal giudice Alessandro Nencini. Magistrato che si è occupato anche del caso di Amanda Knox.

Il processo in Corte d’Assise d’Appello per l’omicidio di Stefano Romanini, avvenuto l’8 febbraio del 2011 in via Battisti a Camaiore, dovrà decidere se confermare o meno la condanna in primo grado a carico di Roberto, ritenuto il mandante dei nove colpi di pistola che hanno freddato il cugino. L’inizio è col botto: è vero che non ci sono state né la sentenza e neppure la requisitoria del procuratore generale, ma non sono mancati momenti di tensione. A partire dalla scelta dell’imputato di parlare e di dire la propria verità. Come non aveva mai fatto prima.

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Roberto si è professato innocente e ha attaccato gli inquirenti, fatto che ha portato la Corte d’Assise a interromperne il flusso di coscienza. Al termine dell’udienza è stato riportato in carcere a Massa, dove si trova ormai dal luglio del 2017. Quando è stato condannato in via definitiva a 16 anni per un’altra vicenda: il sequestro a scopo di estorsione dell’ex socio in affari Loreno Dalla Valle.

Nel frattempo i suoi legali Marco Taddei ed Elena Libone daranno battaglia in aula. Al momento la questione principale riguarda la presunta arma del delitto, che non è mai stata trovata, così non è mai stato trovato l’uomo che ha premuto il grilletto della pistola. Negli ultimi mesi accusa e difesa hanno eseguito accertamenti tecnici su una Beretta 92 S che lo stesso Roberto aveva fatto ritrovare ai carabinieri, chiamati dall’imprenditore per timore che ci fossero strani movimenti nei dintorni di casa sua. La Corte d’Assise d’Appello ha deciso di fare una perizia super partes per accertare se quella pistola sia davvero l’arma del delitto oppure no: il 4 aprile, data della prossima udienza, ci sarà l’incarico ufficiale (leggi box) ai carabinieri di Roma. La Procura di Lucca, con il procuratore capo Pietro Suchan a condurre personalmente la nuova indagine, è convinta di avere in mano un’ulteriore prova della colpevolezza di Roberto. La difesa, ovviamente, respinge in toto questa tesi.

L’omicidio di Stefano Romanini, imprenditore edile che aveva moglie, Giuliana Pellegrini, e due figlie, Stella e Serena, è stato il fatto di sangue più grave degli ultimi anni non solo a Camaiore. Secondo l’accusa, a cui i giudici di primo grado hanno creduto, Stefano è stato ucciso per un debito di 200mila euro lasciato alla Rb escavazioni, società che aveva aperto con il cugino Roberto e con un altro socio. Soldi che gli sarebbero costati la vita.
 

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