Meteo
Quelle notti di musica e drink al Casablanca
Il gran caffè per decenni è stato il ritrovo di bohemien, artisti e giocatori
Vita di bohéme, vita di gioco, vita di canzoni: il gran caffè Casablanca sul lungomare fu negli anni dal cinquanta all’ottanta del secolo scorso il ritrovo privilegiato degli snob, degli artisti, della “grande bellezza” made in Viareggio. Apriva nel pomeriggio, vi si tirava tardi fino alle quattro del mattino e vi si usciva o spolpati nel portafoglio, per le interminabili partite proibite di poker (ed ammesse di bridge), o ebbri di whisky e canzonacce inventate dal conte Brunetto “dell’Assassino” e da Alpinolo Benetti, chef di fama e animatore di notti bianche incandescenti.
Ci passarono un po’ tutti dal Casablanca mitico e irripetibile, ci passò una generazione di artisti che poi presero il largo a Milano, via “Brera” e inventarono il linguaggio della “nuova figurazione” dopo aver bordeggiato Moses Levy, vecchietto e maestro che proprio in questi giorni a Parigi sta avendo un travolgente successo, una riscoperta a colpi di migliaia di euro per lui che nell’appartamentino di via Mazzini allora stentava a vendere le tele di bagnanti rosolati.
Tutto ebbe inizio al bagno Alfea dei fratelli Simonetti, Norge e Alfredino, giovani attraenti e spericolati, amatori d’arte e frivolezze incantate. Una notte nel dopoguerra fecero una gran festa e uno di loro, dopo l’abbuffata, s’affacciò ad una finestra (era Gino Cai) e dette di stomaco su una camionetta della divisione Buffalo che lì stazionava: apriti cielo. I militi americani, credendosi assaliti, spararono col mitra e scoppiò il finimondo.
Ma la zona era di per sé infiammabile perché vi era già lo Zio Tom, un locale dove si mangiava anche alle due di notte la migliore insalata di pollo della riviera.
Così ricorda Massimo Bomanini antiquario e narratore di quelle storie: «Un bel giorno inaugurò il Casablanca. Era del Pancaccini che aveva un forno storico in via Mazzini (poi forno Benzio). Poi lui lo vendette al Sordo e da lui passò a Nicchino Giorgettini. Cito i nomi di gloria del Caffè, tutti nomi appiccicati. Nomi gergali che in quelle lunghe nottate fecero “cult”».
Divennero allora “routinier” poiché il Casablanca era accanto all’A1fea, dei Simonetti e Norge quotidianamente prese a condurvi il maestro Moses Levy, che dopo la guerra era tornato dall’esilio (essendo lui ebreo) dalla Tunisia.
Attorno a Levy si raggruppò un bel gruppo di artisti non solo viareggini, tra i quali Giuseppe Martinelli, Nilo Mannocci, Mario Francesconi, Sandro Luporini, Loriano Geri. Allora si discuteva ancora molto di arte. Era passata la maniera realista e gli artisti cercavano nuove vie. Quando a loro si unì, da Livorno, Gianfranco Ferroni (grafico raffinato), il gruppo prese a dipingere secondo i canoni estetici della “nuova figurazione” che allora s’imponeva con i critici d’avanguardia a Milano. E parte di loro si trasferì poi a Brera (dove passò anche Giovanni Raffaelli).
Da Brera, dal leggendario caffe Giamaica, Sandro Luporini condusse al Casablanca Giorgio Gaber che prese ad alloggiare all’hotel Plaza ed aveva per compagna nientemeno che Mariangela Melato. Iniziò così il sodalizio musicale Gaber–Luporini.
Con l’altro dei Simonetti, Alfredino, affiorarono al caffè un gruppetto di pianeurs incandescenti (Brunetto Benedetti detto “conte dell’Assassino”, il pittore chansonnier Dino La Bianca, Alpinolo Benetti, il chitarrista Michelino D’Amico) i quali, puntualmente ogni notte, dettero il via a tradizionali e sboccati concertini. Le canzoni, alternate a versacci e blasfemie varie s’intitolavano “Canito Mambo”, “T’ho incontrata al passaggio a livello” “Babbo in bianco” tutte impubblicabili. Alle una di notte quando le saracinesche dovevano essere abbassate puntualmente passava il maresciallo dei carabinieri Martinelli ed invitava a chiudere. Il più delle volte rimaneva anche lui dentro e così si faceva mattina.
Tra canzoni ed arte vi erano poi scrittori come Giancarlo Fusco e il poeta Alfeo Bertin (che traduceva per Feltrinelli i poeti russi) che distillava storie o versi all’impronta. A loro si univa Fulco Sculco, anch’egli poeta, che girava per Viareggio (anche in inverno) a piedi scalzi e pubblicava bellissimi versi organizzando anche mostre d’arte (assieme a Walter Bertin e Raffaello Bertoli) all’hotel Ariston. Una “clamorosa”, fu dedicata a Peppino di Capri. E fu l’evento di un’estate.
Poi vi era la sala bridge con giocatori della forza di “Sancho” Giusti e Carlo Magni e Franz Arrighini e Bettino Maffei. Da lì si trasferivano spesso in partite audaci a Cortina, a Milano, a Sanremo. Dove i viareggini erano temutissimi e giocavano con il conte Caproni o Emilio Fede o l’Azzaro (il cui padre ave va una tipografia in via Machiavelli) che poi divenne proprietario di un casinò in Kenia, a Malindi.
Poi il Casablanca divenne ristorante. Si adeguò alla nuova passeggiata più commerciale e meno fantastica. Certo non si farà più romanzo ma anche i luoghi, per fortuna, hanno una loro stagione d’oro, una decadenza e una loro durata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
