Il Tirreno

Versilia

Ultima chiamata per i balneari «Così ci salvate»

di Matteo Tuccini
Ultima chiamata per i balneari «Così ci salvate»

Col futuro Governo scadranno le concessioni «Proroga di 30 anni e modifiche di canoni e Iva»

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VIAREGGIO. A meno di sorprese e ribaltoni che non sono augurabili, il prossimo Governo sarà l’ultima chance per i balneari: le concessioni delle spiagge scadranno il 31 dicembre 2020, circa a metà legislatura. Di conseguenza spetterà alla prossima maggioranza parlamentare, ammesso che ci sia, e all’Esecutivo che la rappresenta gestire il passaggio verso il nuovo sistema di gestione dei litorali affidati ai privati. Con tutto quel che consegue, “aste” in primis.

Partendo da questa consapevolezza i balneari, tramite il sindacato Sib Confcommercio presieduto da Riccardo Borgo, hanno compilato una lista di richieste da presentare al futuro Consiglio dei ministri. Non è la prima, ma potrebbe essere l’ultima. Una lista in sei punti che parte dalla scadenza temporale delle concessioni: la categoria, per aggirarla, vuole una maxi-proroga di 30 anni. Perché «è inaccettabile – affermano i balneari – che in Spagna le concessioni siano state prorogate di 45 anni e in Portogallo abbiano una durata di 75 anni. Per non parlare della Croazia, dove hanno una durata di 99 anni. Mentre da noi la durata è di sei anni».

Ancora oggi i 430 proprietari di stabilimenti in Versilia e i colleghi di tutta Italia non si capacitano di come oltreconfine abbiano saputo gestire la direttiva Bolkestein meglio di noi. A partire da Francia e Germania, che sin dai primi anni – la norma è del 2006 – hanno escluso dall’applicazione tutto ciò che avevano di più caro. Seguiti da altri Paesi.

«Siamo, ancora una volta, costretti a constatare che il problema della sopravvivenza di decine di migliaia di imprese e, con essa, della salvaguardia di un cruciale settore economico del nostro Paese, è lontano dall’essere risolto – afferma il sindacato Sib in una nota – Sono trascorsi ben tredici anni dalle prime avvisaglie giurisprudenziali e otto anni dalla formale abrogazione della norma che costituiva la fonte di stabilità nel tempo per queste imprese: il cosiddetto diritto di insistenza (poi rinnovo automatico) delle concessioni alla loro formale scadenza. Abrogazione che ha avviato un lungo periodo di precarietà e che ha causato il quasi totale blocco degli investimenti. Non possiamo non rimarcare con amarezza e preoccupazione che in tutti questi anni (a partire dal 2009) i vari Governi che si sono succeduti (ben cinque) non solo non hanno risolto il problema ma, nel contempo, hanno impugnato davanti alla Corte costituzionale tutte le leggi regionali (ultima la Liguria, ndr) che hanno tentato di proteggere i concessionari. Tutto questo – prosegue la nota – mentre altri Paesi europei nostri competitori si sono dotati di leggi che hanno dato stabilità e slancio alle attività balneari».

Per questo i balneari chiedono, innanzi tutto, concessioni di almeno 30 anni: «Tale nuova durata, in ossequio ai principi costituzionali di eguaglianza e parità di trattamento e nel rispetto del principio del legittimo affidamento – spiegano dal Sib – dovrà essere assicurata, anche alle imprese attualmente operanti, con modalità articolate e differenziate così come riconosciuto e declinato dalla sentenza della Corte di giustizia europea».

Si chiede, inoltre, il riconoscimento del valore commerciale dell’azienda, da quantificare con un risarcimento a favore del concessionario nel caso di perdita dello stabilimento balneare; la modifica dei canoni demaniali «che li renda ragionevoli, equi e sostenibili» sia nel senso di un incremento che in un’eventuale diminuzione; una interpretazione «definitiva e moderna al concetto di facile e difficile rimozione» delle strutture presenti sulle spiagge, in modo da disciplinare il cosiddetto “incameramento”, cioè l’esproprio da parte dello Stato; il superamento della stagionalità nel mantenimento delle opere e delle attrezzature balneari, per un utilizzo maggiore e per tutto l’anno della spiaggia; infine una «revisione ed armonizzazione fiscale per le imprese balneari» che parta dalla modifica dell’aliquota Iva del 22%, riducendola al 10% applicato a tutte le imprese turistiche, «oltre che a una definizione coerente delle imposte come Imu e Tari».

«La mancata adozione dei provvedimenti sopra menzionati, con il conseguente esteso contenzioso delle imprese attualmente operanti a tutela dei loro diritti e con il permanere della paralisi negli investimenti – conclude la nota del Sib – potrebbe pregiudicare definitivamente e irrimediabilmente, non solo qualsiasi prospettiva di crescita turistica del Paese, ma persino il mantenimento degli attuali livelli occupazionali e di mercato garantiti dai servizi di qualità e di eccellenza sin qui forniti».

@matteotuccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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