Il presidio
malasanità
Paziente accusa: io rovinata da una doppia protesi al cobalto
di Matteo Tuccini
Una 57enne racconta la propria odissea negli ospedali iniziata nel 2005 con la prima operazione: «Valori altissimi di metallo nel sangue e problemi di salute a non finire: pronta a fare causa»
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VIAREGGIO. Le hanno impiantato due protesi d’anca al cobalto. Una nel 2005, a sinistra, marca Birmingham. L’altra nel 2010, a destra: Mitch Trh System. Entrambe le operazioni eseguite all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. Nel mezzo, racconta una 57enne viareggina che chiede di restare anonima per tutelare la propria privacy, sono iniziati i problemi di salute. E un’odissea negli ospedali che la donna imputa in buona parte a quelle due protesi. Tanto da dirsi «pronta a fare causa, se gli esami confermeranno i miei sospetti».
C’è anche lei tra i mille pazienti operati in passato a Bologna (tra cui un altro viareggino, di cui Il Tirreno ha già raccontato la storia) e richiamati di recente dal “Rizzoli” per svolgere dei controlli. Esami e analisi che tendono ad escludere possibili danni ai pazienti causati dagli impianti metallo su metallo (cromo-cobalto), detti di rivestimento. Che il “Rizzoli” continua a mettere, a differenza di altre strutture sanitarie come quelle toscane. Che le hanno bandite nel 2011. In Toscana, tra l’altro, ci sono 3.500 persone che a breve verranno sottoposte a visite ed esami di controllo per lo stesso motivo, anche se per interventi eseguiti tra il 2003 e il 2011.
La donna conferma di volersi sottoporre a questi test. «Ma io ho capito cosa stava accadendo prima che mi richiamassero - spiega - e cioè l’anno scorso, quando ho fatto le analisi sulla presenza di metalli nel sangue, su richiesta dell’ortopedico del “Rizzoli” che in quel momento mi stava seguendo. E che mi ha operato successivamente per la terza volta. Quegli esami hanno evidenziato valori sballati». Valori che, sostiene la donna, le hanno prodotto numerose conseguenze negative sulla salute. «Problemi alla vista, all’udito, eruzioni cutanee. Anche uno pseudotumor (una formazione grumosa benigna, ndr) che mi è stato rimosso».
Tutto inizia nel 2005. «Stavo male e camminavo con difficoltà. Soffrivo molto – racconta la donna – così mi rivolgo all’ospedale Versilia e poi a Bologna. Là mi viene messa la prima protesi d’anca al cobalto, a sinistra. L’operazione va bene. Poi cominciano i primi problemi». La donna parla di eruzioni cutanee «che parevano allergie e come tali venivano classificate dai medici che mi visitavano. Inoltre, dopo qualche anno, ho cominciato a sentire un rumore, una specie di cigolio». Il cosiddetto click o clack della protesi.
Poi i medici le dicono che deve impiantarsi una seconda protesi d’anca, questa volta a destra. L’intervento viene eseguito nel 2010. L’anno successivo un ulteriore controllo. «Anche in quel caso sembrava che fosse tutto a posto. Però continuavo a non stare bene». Nel 2016 una nuova operazione, questa volta alla cervicale, a Milano. Poi, a ottobre dello stesso anno, un colloquio con l’ortopedico che la sta seguendo in quel momento. «Mi chiese se aveva fatto le analisi del sangue per la presenza di metalli: sono caduta dalle nuvole. I risultati sono stati sconcertanti: i valori erano sballati». Nell’aprile del 2017 il terzo intervento: le viene tolta la protesi al cobalto più vecchia, quella di sinistra, sostituita un modello in metallo e ceramica. «Nello stesso intervento mi rimuovono una formazione pseudotumorale, probabilmente causata dai metalli stessi o forse dalla protesi. Ma su questo punto non ci sono certezze». Certezze che la donna e suo marito vogliono avere dai test che stanno facendo adesso e che continueranno a fare. «Vogliamo chiarezza su quali siano stati gli effetti della protesi d’anca impiantata per prima e quali potrebbero essere quelli della seconda. A questo punto pensiamo che anche questa dovrebbe essere tolta. Di sicuro se ci sono state responsabilità, qualcuno dovrà risponderne. Io – conclude la donna – non sto bene. Ed è giusto capire se sia tutto o in parte dovuto agli effetti di questi impianti».
C’è anche lei tra i mille pazienti operati in passato a Bologna (tra cui un altro viareggino, di cui Il Tirreno ha già raccontato la storia) e richiamati di recente dal “Rizzoli” per svolgere dei controlli. Esami e analisi che tendono ad escludere possibili danni ai pazienti causati dagli impianti metallo su metallo (cromo-cobalto), detti di rivestimento. Che il “Rizzoli” continua a mettere, a differenza di altre strutture sanitarie come quelle toscane. Che le hanno bandite nel 2011. In Toscana, tra l’altro, ci sono 3.500 persone che a breve verranno sottoposte a visite ed esami di controllo per lo stesso motivo, anche se per interventi eseguiti tra il 2003 e il 2011.
La donna conferma di volersi sottoporre a questi test. «Ma io ho capito cosa stava accadendo prima che mi richiamassero - spiega - e cioè l’anno scorso, quando ho fatto le analisi sulla presenza di metalli nel sangue, su richiesta dell’ortopedico del “Rizzoli” che in quel momento mi stava seguendo. E che mi ha operato successivamente per la terza volta. Quegli esami hanno evidenziato valori sballati». Valori che, sostiene la donna, le hanno prodotto numerose conseguenze negative sulla salute. «Problemi alla vista, all’udito, eruzioni cutanee. Anche uno pseudotumor (una formazione grumosa benigna, ndr) che mi è stato rimosso».
Tutto inizia nel 2005. «Stavo male e camminavo con difficoltà. Soffrivo molto – racconta la donna – così mi rivolgo all’ospedale Versilia e poi a Bologna. Là mi viene messa la prima protesi d’anca al cobalto, a sinistra. L’operazione va bene. Poi cominciano i primi problemi». La donna parla di eruzioni cutanee «che parevano allergie e come tali venivano classificate dai medici che mi visitavano. Inoltre, dopo qualche anno, ho cominciato a sentire un rumore, una specie di cigolio». Il cosiddetto click o clack della protesi.
Poi i medici le dicono che deve impiantarsi una seconda protesi d’anca, questa volta a destra. L’intervento viene eseguito nel 2010. L’anno successivo un ulteriore controllo. «Anche in quel caso sembrava che fosse tutto a posto. Però continuavo a non stare bene». Nel 2016 una nuova operazione, questa volta alla cervicale, a Milano. Poi, a ottobre dello stesso anno, un colloquio con l’ortopedico che la sta seguendo in quel momento. «Mi chiese se aveva fatto le analisi del sangue per la presenza di metalli: sono caduta dalle nuvole. I risultati sono stati sconcertanti: i valori erano sballati». Nell’aprile del 2017 il terzo intervento: le viene tolta la protesi al cobalto più vecchia, quella di sinistra, sostituita un modello in metallo e ceramica. «Nello stesso intervento mi rimuovono una formazione pseudotumorale, probabilmente causata dai metalli stessi o forse dalla protesi. Ma su questo punto non ci sono certezze». Certezze che la donna e suo marito vogliono avere dai test che stanno facendo adesso e che continueranno a fare. «Vogliamo chiarezza su quali siano stati gli effetti della protesi d’anca impiantata per prima e quali potrebbero essere quelli della seconda. A questo punto pensiamo che anche questa dovrebbe essere tolta. Di sicuro se ci sono state responsabilità, qualcuno dovrà risponderne. Io – conclude la donna – non sto bene. Ed è giusto capire se sia tutto o in parte dovuto agli effetti di questi impianti».
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