Il Tirreno

Versilia

Le indagini Arpat portano all’impianto di Pioppogatto

di Donatella Francesconi
Le indagini Arpat portano all’impianto di Pioppogatto

È di novembre l’ultima relazione del direttore dell’Agenzia regionale per l’ambiente Ieri in più punti della città sono comparsi striscioni di protesta dei cittadini preoccupati

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VIAREGGIO. L’odore che avvolge la città in tutto o in parte, a seconda dei casi, è ritornato nei primi giorni di questa settimana. I cittadini lo denunciano attraverso la pagina Facebook del comitato “Viareggio aria pulita e dintorni” che da mesi raccoglie dati e testimonianze. Da lunedì a mercoledì l’odore di rifiuti in decomposizione è stato avvertito al Terminetto, alla Migliarina, al Varignano, in via Mazzini e fino in Passeggiata. Ieri mattina il Burlamacco del Belvedere delle maschere indossava la mascherina anti smog ed un cartello con su scritto “Basta cattivi odori”. Striscioni con la richiesta di chiudere Pioppogatto e di mettere per sempre uno stop al cattivo odore sono stati collocati sopra e sotto il cavalcavia. Tra le richieste che il comitato pone, anche quella di conoscere l’esito del lavoro dell’Agenzia regionale per l’ambiente, sviluppato durante l’estate, anche con l’esperimento delle famiglie-sentinella.

A chiudere quell’attività è la relazione che porta la firma del direttore generale di Arpat, ingegnere Marcello Mossa Verre, e datata 3 novembre scorso. Documento finito anche all’attenzione della Procura di Lucca dove, in estate, era arrivato l’esposto del sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro.

Tre gli impianti visitati più volte dai tecnici Arpat: l’azienda Salov che produce olio, l’impianto di compostaggio di Pioppogatto dove passano i rifiuti indifferenziati della Versilia e non solo, quello della Morina, destinato al compostaggio del verde ed al trattamento del legname. L’attenzione di Arpat, nella relazione del direttore, si appunta su Pioppogatto.

Pioppogatto. «L’analisi della documentazione acquisita fino ad oggi», si legge nel documento, «sembrerebbe permettere di stabilire una gestione errata dei portelloni dei vari capannoni che resterebbero aperti per lunghi periodi in vari momenti del giorno e della notte, probabilmente non garantendo un'adeguata depressione dei capannoni utilizzati per il trattamento e gli stoccaggi». E non solo. Perché se oggi Alberto Ramacciotti, presidente di Ersu, società che gestisce l’impianto dal marzo scorso, dichiara di avere scarsità di rifiuti, così non è stato nel corso dell’estate. Quando a Pioppogatto sono arrivati i rifiuti da impianti andati a fuoco nel Lazio. L’analisi della documentazione, effettuata da Arpat, ha messo in luce «il superamento in più momenti del quantitativo massimo autorizzato in stoccaggio per i rifiuti di cui ai codici Cer 19.12.10 (combustibile dai rifiuti, ndr) e 19.12.12 (altri rifiuti, compresi materiali misti, prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti, ndr), e di quello da poter avviare a trattamento R3 del Cer 20.03.01 (rifiuti indifferenziati residui, ndr) e di quello giornaliero producibile di Cer 19.12.10/19.12.12».

La conclusione è messa nera su bianco dal direttore: «Sembra possibile affermare che l’impianto sta ricevendo e trattando un quantitativo di rifiuti con alcuni superamenti dei limiti previsti in autorizzazione per il trattamento giornaliero e che, con i rifiuti di Viterbo, sta operando al limite delle proprie potenzialità impiantistiche. Questo aspetto, associato all’apertura prolungata dei portelloni e una depressione minima dei capannoni, potrebbe avere un nesso con alcune delle maleodoranze estive segnalate».

La Morina. Non è andata meglio alla Morina. Dove i tecnici Arpat sono tornati recentemente, l’11 ottobre. «È stata evidenziata - conclude il direttore di Arpat - la presenza di sacchetti di plastica contenenti il verde derivato dalla raccolta porta a porta dei Comuni di Viareggio e Camaiore. La gestione di questo materiale, stoccato in notevole quantità in un’area senza alcuna copertura, avviene mediante apertura manuale dei sacchetti da parte di uno o più operatori. Ed una possibile criticità potrebbe derivare dai seguenti fattori: in caso di pioggia l’operatore non può effettuare il trattamento dei sacchetti che possono rimanere stoccati per più giorni senza essere lavorati, ed una volta aperti possono originare odori di fermentazione; in caso di grande soleggiamento o di ritardo nel disacchettamento si possono formare condense, all’interno dei sacchetti, che accelerano il processo di fermentazione». Da qui le maleodoranze».



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