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Topolino, i Pink Floyd e la cultura di massa raccontati dal professor Banti
di Stefano Pasquinucci
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Il professor Alberto Mario Bandi e il libro che presenterà al Caffè LibertyDomenica 12 novembre alle 10,30 al Caffè Liberty di Viareggio lezione col professor Mario Alberto Banti
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Un'immagine “pop” su sfondo giallo, intenso. E' la copertina del corposo volume Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd (editore Laterza). L'autore è il professor Mario Alberto Banti, versiliese d’adozione, storico e docente italiano, dal 2001 professore ordinario di storia dell’età contemporanea all’Università di Pisa, dove svolge una intensa opera di ricerca storica, collaborando con diversi dipartimenti della facoltà di lettere e filosofia, in particolare con il dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere. Lo incontriamo nella sua casa in Versilia per tentare di comprendere meglio, concetti e riflessioni che ruotano attorno alla cultura di massa promossa dai film delle majors hollywoodiane, raccolta e amplificata dalla radio e dalla tv, contrastata per un certo periodo da una controcultura prevalentemente incentrata sulla musica rock e contaminata da subculture giovanili ed influenze afroamericane. Un fenomeno il cui percorso ha inizio negli anni trenta e che, con il trascorrere degli anni, diventa un'egemonia ancora oggi evidente.
Come nasce questa ricerca?
«Da un libro che mi capitò tra le mani da giovane; la “Storia sociale del jazz” di Eric J. Hobsbawm. Un po’ per scherzo e un po’ perché mi piaceva, pensai: "Prima o poi farò una storia sociale del rock". Se lo avessi fatto a quell'età non sarei riuscito a trovare spazi per la pubblicazione. Cresciuto culturalmente e professionalmente, ho pensato che fosse giunto il momento in cui, seriamente e con metodo rigoroso, fosse possibile raccontare ed analizzar una storia culturale del rock. Per farlo, però, avevo assolutamente bisogno di metterla a confronto con il complesso della cultura di massa. La storia del culturale del rock è così diventata la storia della cultura di massa».
Una ricerca che inizia da un anno preciso; il 1933 e da un elemento ben definito: il cartone animato dei "Tre Porcelli", realizzato e prodotto da Walt Disney. Perché?
«E' uno spunto utile. Si parte dagli anni trenta e si arriva fino al 2017. Mi serviva sottolineare il fatto che questo cortometraggio è molto conosciuto e tutti, io compreso, in tendenza siamo propensi a considerarlo un prodotto per bambini. Nulla più che un raccontino, brillante e divertente. Invece l'apparenza inganna e questo succede quasi sempre con i prodotti della cultura di massa. Sembrano banali, superficiali, ma al contrario contengono meccanismi narrativi importanti. In questo caso ne troviamo uno fondamentale, in quell'area che io definisco mainstream della cultura dominante. E' una storia che propone una comunità tranquilla, armonica. Sconvolta, all'improvviso, dall'arrivo di una presenza minacciosa, aggressiva che, destabilizzando gli equilibri, genera paura e sconcerto. Si ha, in pratica, la sensazione che la minaccia possa vincere. Ma ecco che arriva l'eroe, in questo caso un eroe pacifico, tranquillo; Practical Pig il fratellino saggio che costruendo una casa fatta di mattoni salva gli altri due fratellini dal Lupo cattivo. Ecco questa è una struttura permanente nella cultura di massa, così come accade per un'altra cifra narrativa da associare con Walt Disney che è il lieto fine, consolatorio e rassicurante. Un modo per dire che se c'è un pericolo, riusciremo a superarlo che ce la faremo».
Gli strumenti principali sono la radio, il cinema (le grandi produzioni hollywoodiane) e la televisione.
«Il cinema soprattutto, ma anche la radio ha un ruolo davvero importante. E' la radio, infatti, che lancia un prodotto, specificatamente statunitense, che ha un grandissimo successo: la soap opera. Un format degli anni trenta che inizialmente viene proposto nel pomeriggio o tardo pomeriggio per poi essere spostato alla sera. Ha un pubblico numeroso formato prevalentemente da casalinghe. Sono storie che raccontano vicende di donne, della loro intimità, della vita familiare, dei sentimenti trattati, spesso, con accenti melodrammatici. Un'invenzione innovativa che passa poi in tv e si riverbera molto su altre produzioni. Le serie tv attuali sono, in pratica, una rivisitazione del formato della soap opera. Racconti multipli che possono andare avanti all'infinito, su livelli (anche temporali) sfalsati e pervasi da una continua atmosfera di suspens».
Passando per gli anni cinquanta, si arriva ai sessanta. Al sessantotto. Alla controcultura con la musica che conquista un ruolo fondamentale.
Abbiamo la musica pop con i successi in classifica che hanno strutture assimilabili a quelle della cultura mainstream. Sin dagli anni venti, trenta ci sono negli Stati Uniti aree della popolar music molto specializzate, ma non tanto seguite dal pubblico mainstream bianco. Mi riferisco al Blues, al Country o al Folk di protesta, con storie completamente diverse da quelle proposte abitualmente. In buona parte del repertorio country, ad esempio, c'è la tendenza a raccontare gli antieroi, gli sconfitti, i criminali, gli alcolizzati, amori infranti o amori tristi, sessualità esplicita. Tutte cose lontane dai prodotti di mercato. Nel secondo dopo guerra, con anche il formarsi del Movimento per i diritti civili, e grazie alla qualità delle produzioni musicale Jazz o Blues della comunità afroamericana, le proposte iniziano ad interessare e coinvolgere intellettuali ed un pezzo di pubblico bianco, fatto soprattutto di giovani. Sono persone alla ricerca di "robe strane", "esotiche". Esplode il rock roll i cui primi esponenti sono bianchi; Elvis Presley, Bill Haley su tutti. Si aprono spazi di pubblico enormi. Parte un meccanismo di ibridazione degli stili per produrre cose nuove ed innovative. Stessa operazione che Jack Kerouac e Allen Ginsberg fanno con la letteratura beat.
E poi cosa accade?
Negli anni sessanta intorno al rock si forma un sistema contro culturale articolato che passa attraverso il cinema, i fumetti o le produzioni teatrali Off-Broadway. Per quanto riguarda la musica andavi ad un concerto e potevi ascoltare Janis Joplin, Grateful Dead,Ten Years After, Joan Baez, Jefferson Airplane, Santana o Jimi Hendrix. Oggi, invece, se sei appassionato di heavy metal ascolti heavy metal; se ti piace l'hard rock ascolti hard rock. E' come se ci fosse stata un'esplosione che ha generato tante schegge che non dialogano tra loro, riserve indiane non comunicanti. Tornando ai giorni nostri, le novità principali ed innovative sono senza dubbio le serie tv. Prendiamo, ad esempio, Breaking Bad. E' la storia di un professore di chimica che scopre di avere un tumore. Con la preoccupazione di lasciare alla famiglia un piccolo patrimonio, anche perché ha un figlio disabile, si mette a cucinare metanfetamina e diventa uno dei massimi spacciatori della sua area. Ha una trasformazione psicologica, diventa cattivo e, forse, prova persino gusto nel diventarlo. Una storia sicuramente lontana dai modelli rassicuranti di cui facevo cenno in precedenza».
Come si svilupperà l'incontro di domani?
«Ho pubblicato con Laterza che da anni organizza lezioni nei teatri e nei cinema per un pubblico colto, ma non specialista. Sono bellissime esperienze alle quali ho partecipato cercando di proporre un racconto avvincente e coinvolgente, ma senza essere accademico. E' un momento significativo per poter presentare e condividere con i presenti i risultati del mio lavoro. Sarà, spero, una bella mattina di festa; festa di parole».
Come nasce questa ricerca?
«Da un libro che mi capitò tra le mani da giovane; la “Storia sociale del jazz” di Eric J. Hobsbawm. Un po’ per scherzo e un po’ perché mi piaceva, pensai: "Prima o poi farò una storia sociale del rock". Se lo avessi fatto a quell'età non sarei riuscito a trovare spazi per la pubblicazione. Cresciuto culturalmente e professionalmente, ho pensato che fosse giunto il momento in cui, seriamente e con metodo rigoroso, fosse possibile raccontare ed analizzar una storia culturale del rock. Per farlo, però, avevo assolutamente bisogno di metterla a confronto con il complesso della cultura di massa. La storia del culturale del rock è così diventata la storia della cultura di massa».
Una ricerca che inizia da un anno preciso; il 1933 e da un elemento ben definito: il cartone animato dei "Tre Porcelli", realizzato e prodotto da Walt Disney. Perché?
«E' uno spunto utile. Si parte dagli anni trenta e si arriva fino al 2017. Mi serviva sottolineare il fatto che questo cortometraggio è molto conosciuto e tutti, io compreso, in tendenza siamo propensi a considerarlo un prodotto per bambini. Nulla più che un raccontino, brillante e divertente. Invece l'apparenza inganna e questo succede quasi sempre con i prodotti della cultura di massa. Sembrano banali, superficiali, ma al contrario contengono meccanismi narrativi importanti. In questo caso ne troviamo uno fondamentale, in quell'area che io definisco mainstream della cultura dominante. E' una storia che propone una comunità tranquilla, armonica. Sconvolta, all'improvviso, dall'arrivo di una presenza minacciosa, aggressiva che, destabilizzando gli equilibri, genera paura e sconcerto. Si ha, in pratica, la sensazione che la minaccia possa vincere. Ma ecco che arriva l'eroe, in questo caso un eroe pacifico, tranquillo; Practical Pig il fratellino saggio che costruendo una casa fatta di mattoni salva gli altri due fratellini dal Lupo cattivo. Ecco questa è una struttura permanente nella cultura di massa, così come accade per un'altra cifra narrativa da associare con Walt Disney che è il lieto fine, consolatorio e rassicurante. Un modo per dire che se c'è un pericolo, riusciremo a superarlo che ce la faremo».
Gli strumenti principali sono la radio, il cinema (le grandi produzioni hollywoodiane) e la televisione.
«Il cinema soprattutto, ma anche la radio ha un ruolo davvero importante. E' la radio, infatti, che lancia un prodotto, specificatamente statunitense, che ha un grandissimo successo: la soap opera. Un format degli anni trenta che inizialmente viene proposto nel pomeriggio o tardo pomeriggio per poi essere spostato alla sera. Ha un pubblico numeroso formato prevalentemente da casalinghe. Sono storie che raccontano vicende di donne, della loro intimità, della vita familiare, dei sentimenti trattati, spesso, con accenti melodrammatici. Un'invenzione innovativa che passa poi in tv e si riverbera molto su altre produzioni. Le serie tv attuali sono, in pratica, una rivisitazione del formato della soap opera. Racconti multipli che possono andare avanti all'infinito, su livelli (anche temporali) sfalsati e pervasi da una continua atmosfera di suspens».
Passando per gli anni cinquanta, si arriva ai sessanta. Al sessantotto. Alla controcultura con la musica che conquista un ruolo fondamentale.
Abbiamo la musica pop con i successi in classifica che hanno strutture assimilabili a quelle della cultura mainstream. Sin dagli anni venti, trenta ci sono negli Stati Uniti aree della popolar music molto specializzate, ma non tanto seguite dal pubblico mainstream bianco. Mi riferisco al Blues, al Country o al Folk di protesta, con storie completamente diverse da quelle proposte abitualmente. In buona parte del repertorio country, ad esempio, c'è la tendenza a raccontare gli antieroi, gli sconfitti, i criminali, gli alcolizzati, amori infranti o amori tristi, sessualità esplicita. Tutte cose lontane dai prodotti di mercato. Nel secondo dopo guerra, con anche il formarsi del Movimento per i diritti civili, e grazie alla qualità delle produzioni musicale Jazz o Blues della comunità afroamericana, le proposte iniziano ad interessare e coinvolgere intellettuali ed un pezzo di pubblico bianco, fatto soprattutto di giovani. Sono persone alla ricerca di "robe strane", "esotiche". Esplode il rock roll i cui primi esponenti sono bianchi; Elvis Presley, Bill Haley su tutti. Si aprono spazi di pubblico enormi. Parte un meccanismo di ibridazione degli stili per produrre cose nuove ed innovative. Stessa operazione che Jack Kerouac e Allen Ginsberg fanno con la letteratura beat.
E poi cosa accade?
Negli anni sessanta intorno al rock si forma un sistema contro culturale articolato che passa attraverso il cinema, i fumetti o le produzioni teatrali Off-Broadway. Per quanto riguarda la musica andavi ad un concerto e potevi ascoltare Janis Joplin, Grateful Dead,Ten Years After, Joan Baez, Jefferson Airplane, Santana o Jimi Hendrix. Oggi, invece, se sei appassionato di heavy metal ascolti heavy metal; se ti piace l'hard rock ascolti hard rock. E' come se ci fosse stata un'esplosione che ha generato tante schegge che non dialogano tra loro, riserve indiane non comunicanti. Tornando ai giorni nostri, le novità principali ed innovative sono senza dubbio le serie tv. Prendiamo, ad esempio, Breaking Bad. E' la storia di un professore di chimica che scopre di avere un tumore. Con la preoccupazione di lasciare alla famiglia un piccolo patrimonio, anche perché ha un figlio disabile, si mette a cucinare metanfetamina e diventa uno dei massimi spacciatori della sua area. Ha una trasformazione psicologica, diventa cattivo e, forse, prova persino gusto nel diventarlo. Una storia sicuramente lontana dai modelli rassicuranti di cui facevo cenno in precedenza».
Come si svilupperà l'incontro di domani?
«Ho pubblicato con Laterza che da anni organizza lezioni nei teatri e nei cinema per un pubblico colto, ma non specialista. Sono bellissime esperienze alle quali ho partecipato cercando di proporre un racconto avvincente e coinvolgente, ma senza essere accademico. E' un momento significativo per poter presentare e condividere con i presenti i risultati del mio lavoro. Sarà, spero, una bella mattina di festa; festa di parole».
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