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Il bar "Così com’è", ultimo ritrovo di un Centro che non esiste più

di Adolfo Lippi
Il bar "Così com’è", ultimo ritrovo di un Centro che non esiste più

Da più di un secolo (fu inaugurato nel 1903) il locale di via Machiavelli è gestito dalla famiglia Berti. È stato il covo di anarchici, socialisti, repubblicani ma anche di artisti, calafati e ricchi banchieri

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VIAREGGIO. Al bar, anzi al Caffè “Così com’è”, si può discutere se Viareggio abbia ancora un Centro, cioè una zona centrale che ne racconta la storia e ne fa la identità. Il Caffè è in via Machiavelli, al numero 97. Qui, nei pressi, all’incrocio con la via Cesare Battisti sorse nel 1903, centoquattordici anni fa, poi siccome erano stanze piccole si trasferì in via Machiavelli, con stanzone di ingresso, stanza sul retro, orto viareggino. E, attualmente, è come allora, ne conserva odori, suoni, racconti, fantasmi. Con l’unica modernità: le diaboliche macchinette mangiasoldi. E, cosa rara, con la medesima famiglia che gestisce, i Berti, dal bisnonno alla coppia di ragazzi attuali, Martina 25 anni, laureata al Turistico e il fratello Andrea, geometra. Tutti e due dietro al banco.

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Cos’era il Centro per Viareggio? Era più o meno tra la via Fratti e la via della Costa tra via Vespucci e via Cavallotti. Qui vi erano il “piazzone” del mercato con la farmacia dei Tobino (e Mario lo narra nei suoi preziosi ricordi letterari), vi erano i negozi di servizio (panifici come oggidì la strafamosa “Carlotta”), il mercatone del pesce, la luminosità della mancata e sognata piazza Grande (contornata di platani profumati), eppoi a nord si proseguiva sulla via Regia che portava fuori e ad est s’andava al mare da via Mazzini, con la chiesa di San Paolino a raccogliere fedeli. Insomma un perimetro indispensabile. Vi si transitava per le darsene, vi si facevano, al “piazzone”, i carri del carnevale e le baruffe politiche avvenivano tra via Garibaldi e il ponte girevole.

Ecco cos’era il Centro. Vi si faceva fotografare Giacomo Puccini con la nuova automobile, si facevano le compere di scarpe (dal “Musocche”), di tessuti (dal “Marchi”) vi erano dolciumi all’”Unica”. E i richiamati in guerra camminavano verso la stazione e vi è una bellissima poesia di Luca Ghiselli.

Vi erano 27 classi delle scuole elementari e si inaugurò, proprio nel 1903, l’Istituto Nautico. All’hotel Plaza e de Russie trascorreva le vacanze il poeta praghese di lingua tedesca Eric Maria Rilke. I marittimi che scorazzano al Centro si chiamano avventurosamente Canano, Duilio, Pompilio, Adulio, Eolo, Pensiero, Vezio, Mansueto, il Mandè. Avevan voglia di mangiare baccalà e acciughe marinate e farsi il quartuccio. Dove andare? Certo, non in passeggiata. Ma in Centro sì.

Ora il Centro non ha più un senso. Molti punti fissi sono saltati, il “piazzone” è desolante, la grande piazza è invasa da un orrido palazzaccio comunale, rifulge il cinema “Centrale” ma è antropologicamente mutata la città. Non vi sono più i marittimi (e la recente visita delle vele d’epoca ha ricordato con struggente evocazione come poteva essere la Viareggio delle vele). Non vi sono più ritrovi politicizzati. Le generazioni ci confondono in un “mainstream” di uniformità. Oggi culture e idee sono appiattite.

Allora era diverso. Ne parlai, seduti al tavolo del “Così com’è”, con l’avvocato Renzo Vecoli, ex sindaco di Viareggio, storico riconosciuto, e con Guido Berti artista raffinato, insegnante all’artistico di Lucca e proprietario del Caffè (gestito dai figli). Quando i fratelli Berti, nel 1903, decisero di aprire il Caffè, erano ambedue, Lello e Guido, capitani di mare, avventurosi e premiati (ebbero ambedue la medaglia d’oro).

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Quale la clientela che cercavano? Erano gli adoratori della briscola, del vino rosso, anarchici, socialisti, repubblicani. E al Caffè vennero subito esposti due ritratti, quello di Mazzini e quello di Garibaldi (vi sono ancora). Perché a due passi da lì al mercato venivano, ad arringare i poveri, leaders strafamosi dell’anarchia, da Malatesta a Gori, da Bakunin a Cafiero. Qui s’imparò quel Lorenzo Viani prima maniera che, discepolo del barbiere Fortunato, prima s’intrigò parecchio col movimento rivoluzionario. Al “Così com’è” però non andò mai dopo anche perché presto sarebbe divenuto interventista, nazionalista e fascista.

Al Caffè Così com’è quest’atmosfera restò sempre. Tant’è che alcuni anni fa, quando fecero un corteo commemorativo dell’antifascismo, ci si fermò davanti a queste stanze storiche, che durante il regime furono covo di resistenti, tra i quali il professor Elpidio Jenco, socialista e poeta squisito, che insegnava al vicino liceo “Carducci”. E venne imprigionato in torre mentre i vari marittimi venivano regolarmente bastonati e messi al gabbio.

Al Centro abitavano allora, negli anni quaranta e cinquanta, artisti come Renato Santini, Uberto Bonetti ed Eugenio Pardini, scrittori come Silvio Micheli. Li potevi incontrare al “Così com’è” mentre nell’attigua corte sgambettava, bimbetto, il pittore Mario Francesconi, figlio di Francesco, carrista noto, e padre di Gionata, carrista e scultore più che celebre. Era, questo Caffè, la quasi sede di Alfredo Pardini, mitico costruttore di carri, l’avversario del barocco Tono D’Arliano. Pardini modellava da maestro e mantenne vivo, finché campò, la tradizione di un carnevale ironico e popolaresco; assai meno festoso e pomposo dell’altro mago che fu D’Arliano. Questo spiritaccio fece sì che Lelio Maffei, su questi tavolini, buttasse giù le parole de “La coppa di champagne” (musicata da Icilio Sedan) che divennero (e sono tutt’ora) l’inno di un Carnevale celebrato a Bacco a Dionisio, alla gioia di vivere e alla trasgressione.

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Sempre tra i clienti da rammentare vi fu il clown Polidor (attore in un noto film di Fellini). E pittori (dei quali rimangono opere dilettevoli) quali Alfredo Catarsini, Oreste Paltrinieri (un paesaggista che rese Viareggio incantevole quanto la Costa Azzurra), Giovanni Murri.

Questo fu dunque il Centro, mixer di calafati e signori, spedizionieri e banchieri e imprenditori. Davanti al “Così com’è” vi era la sede del Banco Sant’Andrea che catastroficamente fallì rovinando non pochi viareggini e per anni funzionò la nota tipografia Azzaro che ebbe la prima linotype e che stampava manifesti (gratuitamente) al partito comunista. Un figlio di Azzaro fu chiacchierato giocatore di poker ed aveva amici tra il conte Caproni (quello degli aeroplani) ed Emilio Fede. Quest’Azzaro finì a gestire un casinò a Malindi in Kenia.

E cosa si beveva e cosa si beve al “Così com’è”. Intanto un celebrato ponce che non è quello di Civili a Livorno, ma gli sta a pari. E’ un ponce fatto di cognac, rum, tanto anice, caffè, una crema ambrata che manda ai sogni e agli incubi delle tempeste sui mari. Che nei viareggini fecero sangue, tradizione, amore.

Guido Berti, pittore di danze e forme e colori gentili, imperterrito resta sentore fedele a questa calda familiare nicchia di Viareggio ieri. Però i calafati, i capitani di velieri, i garibaldini, non sono più al “Così com’è”. Dove si beve lo spritz e si gioca alle macchinette infernali. Dov’è ora il Centro? Bella domanda per una città che deve trovare un nuovo rinascimento.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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