Meteo
I mancati controlli in carico a Trenitalia
L’azienda dell’ad Vincenzo Soprano non chiese i piani di manutenzione dei carri
2 MINUTI DI LETTURA
VIAREGGIO. Trenitala - è emerso ampiamente nel corso dei tre anni di dibattimento nell’aula del Polo fieristico di Lucca - quando trasportava merci pericolose lungo i binari d’Italia lo faceva con carri affittati all’estero. A prezzi irrisori, mette fin da subito in evidenza il lavoro certosino dell’ispettore superiore della Polfer Lombardia, Angelo Laurino. La stessa Trenitalia, con il suo amministratore delegato all’epoca dei fatti, Vincenzo Soprano, condannato in primo grado a 7 anni e mezzo di carcere, aveva l’obbligo - si legge nella sentenza del Tribunale di Lucca - «di acquisire tutta la documentazione rilevante ai fini della sicurezza, sia in ordine al serbatoio/cisterna, sia in ordine alla sottostruttura del carro». Insomma, Trenitalia doveva essere sicura di avere tra le mani «il piano di manutenzione» dei carri affittati. Ma la procedura di controllo documentale prevista «non è mai stata attivata da Trenitalia (e l’omissione non è stata mai rilevate da Rfi pur tenuta al controllo della circolazione sulla rete ferroviaria gestita)».
Nel descrivere questo castello di mancanze c’è una conclusione agghiacciante, nero su bianco nella sentenza: al disastro ferroviario, alle sue vittime, al cielo rosso fuoco, alle macerie si arriva senza che nessuno rilevi, lungo la catena dei controlli, «che i carri in questione non era in alcun modo contemplati nel certificato di sicurezza, né nel Sistema di gestione della sicurezza di Trenitalia o di Rfi, benché continuamente destinati, sin dal 2005, al trasporto di merci pericolose nella medesima tratta Trecate-Gricignano». Carri che erano «degli Ufo» ebbe a dire in aula il pm Giuseppe Amodeo.
La storia non si fa con i “se” ed ancor di più al cospetto di 32 vittime. Ma bruciano più del fuoco di quella notte le parole della sentenza: «Qualora Trenitalia avesse acquisito tutta la documentazione che le consentisse di verificare l’intero processo di manutenzione del carro e dei suoi componenti, similmente a quanto previsto per i propri carri, avrebbe verificato la sostanziale inesistenza delle necessarie garanzie di sicurezza in ordine alla manutenzione del carro poi deragliato». Se qualcuno avesse controllato come doveva sarebbero emersi i campanelli d’allarme, compreso il fatto che «presso l?Agenzia tedesca per la sicurezza ferroviaria - Eba - non risultava depositato alcun “piano di manutenzione”». Liberi tutti, insomma. (d.f.)
Nel descrivere questo castello di mancanze c’è una conclusione agghiacciante, nero su bianco nella sentenza: al disastro ferroviario, alle sue vittime, al cielo rosso fuoco, alle macerie si arriva senza che nessuno rilevi, lungo la catena dei controlli, «che i carri in questione non era in alcun modo contemplati nel certificato di sicurezza, né nel Sistema di gestione della sicurezza di Trenitalia o di Rfi, benché continuamente destinati, sin dal 2005, al trasporto di merci pericolose nella medesima tratta Trecate-Gricignano». Carri che erano «degli Ufo» ebbe a dire in aula il pm Giuseppe Amodeo.
La storia non si fa con i “se” ed ancor di più al cospetto di 32 vittime. Ma bruciano più del fuoco di quella notte le parole della sentenza: «Qualora Trenitalia avesse acquisito tutta la documentazione che le consentisse di verificare l’intero processo di manutenzione del carro e dei suoi componenti, similmente a quanto previsto per i propri carri, avrebbe verificato la sostanziale inesistenza delle necessarie garanzie di sicurezza in ordine alla manutenzione del carro poi deragliato». Se qualcuno avesse controllato come doveva sarebbero emersi i campanelli d’allarme, compreso il fatto che «presso l?Agenzia tedesca per la sicurezza ferroviaria - Eba - non risultava depositato alcun “piano di manutenzione”». Liberi tutti, insomma. (d.f.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
