Muore in pronto soccorso parte l’esposto contro l’Asl
di Matteo Tuccini
I familiari: rimandato a casa due volte, non ci hanno detto che stava peggiorando La replica dei sanitari: cure e informazioni ai parenti fornite in maniera adeguata
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VIAREGGIO. Muore a 65 anni al pronto soccorso dell’ospedale Versilia. E i familiari decidono di denunciare l’Asl: «Non solo è stato rimandato a casa due volte – dicono – ma i medici non ci hanno neppure informati del peggioramento delle sue condizioni. Il nostro Trento è morto da solo, senza una mano che stringesse le sue».
La vicenda risale a tre mesi fa, ma è emersa solo in questi giorni dopo che la famiglia ha deciso di rivolgersi a un avvocato per sporgere denuncia. Trento Giannecchini, artigiano di Querceta che si occupa di prodotti abrasivi per il marmo, da tempo è molto malato. Colpito da infarto e ictus, ha un’insufficienza respiratoria grave che di fatto lo costringe a vivere con la mascherina dell’ossigeno. «Il 14 marzo – racconta la moglie Patrizia Consigli – portiamo mio marito al pronto soccorso del “Versilia”: ha contratto una polmonite bilaterale. Dopo averlo visitato i medici decidono il ricovero». Dopo qualche giorno Giannecchini viene dimesso dall’ospedale e fa ritorno a casa. «Siamo rimasti stupiti dalla decisione dei medici – prosegue la moglie – perché non sembrava affatto che fosse migliorato. Anzi». Fatto sta che il 26 marzo, dopo una nuova crisi respiratoria, Giannecchini viene riportato dai familiari al pronto soccorso.
«La dottoressa di turno – afferma Patrizia Consigli – spiega che non ricovererà mio marito: può essere curato anche a casa, sostiene, a differenza di altri pazienti dell’ospedale. Fa la lettera di dimissioni, ma una volta tornati a Querceta vediamo che qualcosa non va. E decidiamo di riportarlo subito all’ospedale». È il pomeriggio del 26: dalle dimissioni sarà passata poco più di mezz’ora. «Quando siamo tornati al “Versilia” la dottoressa ci ha chiesto cosa facessimo lì di nuovo. Ma gli stessi volontari del 118 che ho chiamato, e che hanno trasportato Trento in ambulanza, mi avevano detto che lui non stava bene: non parlava, aveva la febbre alta. Doveva stare in ospedale. Una volta arrivati lì lo sistemano in pronto soccorso, in attesa del ricovero in medicina alta intensità. Nel frattempo – prosegue la moglie – mi invitano ad andare a casa a prendere il necessario, vestiti e apparecchi per farlo respirare. Io vado e torno, per poi andare a parlare in ambulatorio con un’altra dottoressa». Ma in quello stesso momento Giannecchini peggiora e muore.
«Quanto accaduto è inaccettabile – dice la moglie dell’uomo – è stato mandato via due volte, prima dal posto letto dell’ospedale e poi dal pronto soccorso. Che cosa sarebbe successo se la mattina del 26, invece di allontanarlo per poi farci tornare subito dopo, mio marito fosse stato ricoverato con urgenza? È giusto chiederselo. Ma quello che mi dà più pena è che ci hanno trattato con sufficienza, non informandoci adeguatamente di quanto stava accadendo. E io non ero lì con lui negli ultimi momenti della sua vita».
Dal pronto soccorso del “Versilia” arriva la replica: «Il paziente è stato trattato nel modo necessario e adeguato. Il quadro clinico era già compromesso: lo testimoniano i sei accessi in pronto soccorso effettuati dal paziente negli ultimi mesi. La situazione si è resa ancora più complicata a causa della polmonite insorta successivamente. Per quanto riguarda le informazioni sulle condizioni di salute sono state fornite, come da prassi, ai familiari. Restiamo comunque a disposizione, come sempre, per ogni ulteriore chiarimento».
@matteotuccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
La vicenda risale a tre mesi fa, ma è emersa solo in questi giorni dopo che la famiglia ha deciso di rivolgersi a un avvocato per sporgere denuncia. Trento Giannecchini, artigiano di Querceta che si occupa di prodotti abrasivi per il marmo, da tempo è molto malato. Colpito da infarto e ictus, ha un’insufficienza respiratoria grave che di fatto lo costringe a vivere con la mascherina dell’ossigeno. «Il 14 marzo – racconta la moglie Patrizia Consigli – portiamo mio marito al pronto soccorso del “Versilia”: ha contratto una polmonite bilaterale. Dopo averlo visitato i medici decidono il ricovero». Dopo qualche giorno Giannecchini viene dimesso dall’ospedale e fa ritorno a casa. «Siamo rimasti stupiti dalla decisione dei medici – prosegue la moglie – perché non sembrava affatto che fosse migliorato. Anzi». Fatto sta che il 26 marzo, dopo una nuova crisi respiratoria, Giannecchini viene riportato dai familiari al pronto soccorso.
«La dottoressa di turno – afferma Patrizia Consigli – spiega che non ricovererà mio marito: può essere curato anche a casa, sostiene, a differenza di altri pazienti dell’ospedale. Fa la lettera di dimissioni, ma una volta tornati a Querceta vediamo che qualcosa non va. E decidiamo di riportarlo subito all’ospedale». È il pomeriggio del 26: dalle dimissioni sarà passata poco più di mezz’ora. «Quando siamo tornati al “Versilia” la dottoressa ci ha chiesto cosa facessimo lì di nuovo. Ma gli stessi volontari del 118 che ho chiamato, e che hanno trasportato Trento in ambulanza, mi avevano detto che lui non stava bene: non parlava, aveva la febbre alta. Doveva stare in ospedale. Una volta arrivati lì lo sistemano in pronto soccorso, in attesa del ricovero in medicina alta intensità. Nel frattempo – prosegue la moglie – mi invitano ad andare a casa a prendere il necessario, vestiti e apparecchi per farlo respirare. Io vado e torno, per poi andare a parlare in ambulatorio con un’altra dottoressa». Ma in quello stesso momento Giannecchini peggiora e muore.
«Quanto accaduto è inaccettabile – dice la moglie dell’uomo – è stato mandato via due volte, prima dal posto letto dell’ospedale e poi dal pronto soccorso. Che cosa sarebbe successo se la mattina del 26, invece di allontanarlo per poi farci tornare subito dopo, mio marito fosse stato ricoverato con urgenza? È giusto chiederselo. Ma quello che mi dà più pena è che ci hanno trattato con sufficienza, non informandoci adeguatamente di quanto stava accadendo. E io non ero lì con lui negli ultimi momenti della sua vita».
Dal pronto soccorso del “Versilia” arriva la replica: «Il paziente è stato trattato nel modo necessario e adeguato. Il quadro clinico era già compromesso: lo testimoniano i sei accessi in pronto soccorso effettuati dal paziente negli ultimi mesi. La situazione si è resa ancora più complicata a causa della polmonite insorta successivamente. Per quanto riguarda le informazioni sulle condizioni di salute sono state fornite, come da prassi, ai familiari. Restiamo comunque a disposizione, come sempre, per ogni ulteriore chiarimento».
@matteotuccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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