Il presidio
Imputato per abuso d’ufficio, ma è morto da quattro anni
La denuncia della famiglia di Enrico Balderi, ex dirigente all’edilizia di Seravezza. «Era un architetto stimato da tutti, il suo nome infangato da segnalazioni anonime»
SERAVEZZA. Ha ricevuto la notifica per comparire davanti al giudice, in un processo che lo vedrebbe imputato per «abuso d’ufficio in concorso con privati cittadini». Eppure Enrico Balderi, dirigente nel settore edilizia del Comune di Seravezza tra gli anni Novanta e Duemila, è morto da quattro anni. Proprio oggi, ricorre il suo anniversario di morte. A raccontarlo sono i familiari: i figlia Emilia e Matteo Balderi e la moglie Cristina Di Gaddo, schiaffeggiati ancora dalla giustizia.
Enrico Balderi, che prima di Seravezza, aveva lavorato a Pietrasanta, dove viveva, tra il 2006 e il 2007 era stato raggiunto da ben cinque avvisi di garanzia: secondo l’accusa aveva rilasciato permessi edilizi «in spregio alla normativa», così si diceva, favorendo dei privati cittadini. Quattro volte è stato assolto con formula piena «perché il fatto non sussiste». Ne rimaneva uno, di processo. Ma Balderi se ne è andato prima. I familiari sono sempre stati convinti che fosse innocente. E volevano dimenticarlo, quel trambusto giudiziario. Ma no, la giustizia ribussa alla porta, questa volta senza diritto. «La vita riserva sempre strane sorprese», scrivono i familiari in una lettera inviata ai giornali. «Sono stati anni molto duri – ricorda la figlia, Emilia –. Mio padre era un professionista amato e stimato da tutti e, in pochi maledetti mesi, il suo nome è stato infangato a causa di segnalazioni anonime. Mio padre era un uomo forte ma da quel momento in tanti, in troppi, gli hanno girato le spalle: ha perso il suo posto da dirigente nel Comune; è stato emarginato da quasi tutti, anche da molti che con lui avevano condiviso molte battaglie all’interno del Comune, e da lì è iniziato un cammino costellato di dolori e umiliazioni che lo hanno portato prima alla depressione e poi a vivere in uno stato di apatia, sino a lasciarsi morire».
L’architetto, sempre assistito dall’avvocato Leonardo Tarabella, dopo anni di lotte processuali (con decine di testimoni e consulenti tecnici) è stato assolto, tra il 2012 e il 2013, con la formula piena in quattro dei cinque processi. «Enrico era una persona buona – ricorda l’avvocato – e in tante occasioni, quando ci trovavamo per studiare le carte ed affrontare questioni tecnico/urbanistiche di cui era maestro, mi ha confidato il suo senso di disgusto per quello che viveva come un profondo tradimento nei suoi confronti. È stato male. Molto. Dopo anni di strenua difesa aveva perso la voglia di lottare: Enrico era diventato un uomo triste e alla deriva». Tuttavia, quando lui gli comunicò le assoluzione, gli brillarono gli occhi, racconta Tarabella. «Era – dice – la luce del riscatto».
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