Il Tirreno

Versilia

La tassa sulle cave slitta ancora 

di Melania Carnevali
La tassa sulle cave slitta ancora 

Il testo di legge doveva essere approvato ieri alla Camera ma tornerà al Senato una seconda volta dopo le modifiche

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SERAVEZZA. Per ora l’unico punto fermo è che un aumento ci sarà. Ma il quando e il come sono incagliati nelle secche della Camera. È tutto contenuto, infatti, nel testo di legge che riforma la legge sui parchi del 1991, che introduce il pagamento, da parte dei concessionari di cave in aree parco, di royalties. Una tassa per l’utilizzo del bene pubblico, che l’ultima versione della riforma uscita dal Senato fissava per «una somma commisurata al tipo e alla quantità del materiale annualmente estratto il cui ammontare è definito da apposita convenzione stipulata con l’ente di gestione».
Il testo è arrivato ieri a Montecitorio per la votazione finale, che finale non sarà. Sono piovuti centinaia di emendamenti e, con tutta probabilità, l testo dovrà tornare un’altra volta al Senato, modificato. E i mesi passeranno.
È una riforma «sfascia parchi», commenta fuori dall’aula il deputato Cinque Stelle, Massimo De Rosa (è uno dei parlamentari sospesi per la protesta dei cartelli contro i vitalizzi), annunciando che il movimento voterà no. «È la dimostrazione – continua – di come il governo veda l’ambiente e il territorio non come risorse da proteggere e valorizzare, bensì come strumenti attraverso i quali monetizzare».
Se venisse approvata così come è la riforma porterebbe all’applicazione di royalties per tutte le attività nei parchi, nazionali e regionali. Quindi non solo cave, ma anche centrali idroelettriche (e anche questo riguarda il parco regionale delle Alpi Apuane), oleodotti, metanodotti e elettrodotti non interrati, le trivelle, gli impianti a biomasse, i pontili per ormeggio imbarcazioni. Ogni attività dovrà pagare una tassa differente, che tuttavia si aggira intorno al 10% del valore della concessione quasi per tutte. Il 50% andrà direttamente ai parchi, il restante invece finirà in un fondo dello Stato che poi il ministero dell’Ambiente utilizzerà per finanziare i progetti nelle aree protette del territorio nazionale.
Insomma, tra la protezione totale e il vantaggio economico, la riforma sta puntando alla seconda. Le associazioni ambientaliste vedono nelle royalties una forma di «ricatto». I parchi «alle prese con bilanci in rosso – dice Legambiente – sono i più esposti alle pressioni dei privati che pagheranno quindi per inquinare o per aprire nuove attività». Quest’ultimo aspetto non dovrebbe toccare il Parco delle Alpi Apuane, o almeno per quanto riguarda l’avvio di nuove attività estrattive dal momento che la normativa regionale lo vieta.
Detto questo, la riforma è una legge quadro, quindi – quando verrà approvata – bisognerà capire come la Regione la applicherà. Potrebbe decidere addirittura di dirottare tutto l’incasso delle royalties verso le sue casse.
L’unica cosa certa è che le società del marmo (con attività nel parco) sono destinate a pagare un’altra tassa, quella solo per aver il diritto di utilizzare un bene comune per il guadagno personale. Attualmente, secondo la nuova legge regionale (la 25 del marzo 2015), le cave pagano la concessione con un canone che deve essere calcolato sulla base del valore medio di mercato della tipologia di marmo ma che, in ogni caso, non può superare (insieme alla tassa marmi, cioè la tassa che pagano i concessionari sul marmo estratto) il 15% del valore di mercato del marmo stesso. La sola tassa marmi invece non può superare il 10% del valore medio di mercato. Tre tasse, quindi, che saranno comunque sempre spiccioli in confronto al business del marmo delle Apuane.

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