Il Tirreno

Versilia

Quei ragazzi che vivono la contrada  

Grazie a loro la tradizione continua «Dopo la scuola, subito le prove»

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QUERCETA. Nonostante i suoi oltre 60 anni di vita il Palio dei Micci mostra il volto senza tempo di una tradizione che si rinnova, generazione dopo generazione, nei tanti giovani contradaioli che ne compiono le gesta. Vero fulcro delle otto contrade, sono loro a raccogliere con orgoglio ed entusiasmo l’eredità di coloro che li hanno preceduti.
«La contrada è come una seconda famiglia — spiega Virginia Genovesi, 24 anni, della Lucertola — un punto fermo su cui puoi sempre contare e con cui condividi tutto, passioni, vittorie e dispiaceri». Ma Palio significa anche sportività, e le amicizie in questo caso aiutano a prevaricare le più accese rivalità. Anche se non è sempre stato così. «Le cose sono cambiate con la nostra generazione — racconta Marco Santocchi, classe ’91 e sbandieratore nella Quercia — in passato mancava la sportività che invece ho trovato nei miei coetanei. Durante una gara si punta ovviamente a vincere, ma poi l’ascia di guerra la seppelliamo subito». «Il senso del Palio è questo alla fine — conferma Giulia Iacopi, 25 anni, del Ranocchio — si lotta per i propri colori, poi se si perde si “rosica” ma si è anche contenti per gli amici che hanno avuto la meglio. L’importante è rimanere uniti nella passione per il Palio». Far parte di una contrada significa anche però sacrifici e impegno costante, e spesso non è facile conciliare il tutto. «È una vita molto caotica — ammette Martina Tedeschi, 21enne chiarina del Pozzo — la mattina c’è l’università, poi il lavoro nel pomeriggio. Alla fine suonare la chiarina per me è quasi uno sfogo». «Io anni fa arrivai a mollare la contrada — rivela Alessandro Calissi, 24 anni, della Madonnina — troppi impegni, non riuscivo a dedicarci tempo. Mi mancava però stare con i miei amici, condividere le emozioni di allenarsi e poi gareggiare insieme: alla fine è proprio grazie a loro se sono rientrato».
C’è anche chi però al Palio si avvicina da “esterno”, senza tradizioni familiari da mantenere vive. È il caso di Lorenzo Silicani (25 anni, della Cervia) e Martina Benedetti (27 anni, del Leon d’Oro). «Io sono stato un “traditore” — racconta, scherzandoci su, il tamburino biancazzurro — per due anni infatti, da piccolo, mi vestii nella Lucertola e poi, per un puro caso, finii alla Cervia: avevo lì alcuni compagni di classe che mi chiesero aiuto perché mancavano persone nel Tema, e da allora sono passati 10 anni senza che me ne rendessi conto». «Sono una “leonessa” in tutto e per tutto — dice Martina — anche se sono nata a Seravezza, per cui non conoscevo il mondo del Palio. Tra l’altro da piccola mia madre, avendo parenti a Ripa, provò a farmi entrare come tamburina nella Lucertola. Fortunatamente — ironizza sulla storica rivalità tra rossoverdi e Marzocchino — non mi presero. E ora questi colori sono come una mia seconda pelle». Ma come si convince un bambino, in un tempo in cui le tecnologie, i videogame e l’interattività la fanno da padrone, a imbracciare un tamburo o esibirsi con una bandiera? «All’inizio deve essere un gioco — spiega Federico Farnocchia, del ’91 e già responsabile degli Under 15 del Ponte — il vero problema è staccarli dai cellulari, poi quando iniziano a divertirsi tutti insieme, e sboccia la passione, diventa impossibile fermarsi». (g.b.)

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