Il presidio
Liberatore, il paesaggio e il corpo delle donne
Viareggio rende omaggio ad uno dei suoi più grandi Maestri
di ADOLFO LIPPI
Occorre visitare l’ampia mostra di Fausto Maria Liberatore a Villa Argentina (fino a maggio) per capire come la Versilia sia stata, per intere generazioni del Novecento, una liberazione, la scoperta della bellezza e dell’arte, la via per gioire ed esplodere in suoni nuovi e colori. Fausto era lucchese, di madre e di nascita. E di Lucca respirò un poco di malinconia e di oscurità. Tant’è che fece anche il parlamentare del Pci in anni che l’essere comunista significava austerità e rigidezza nei comportamenti pubblici e privati. Ma a fine anni ’50 quando approdò a Viareggio ed ebbe l’incontro fatale con Enrico Pea: la sua sensibilità esplose. Sposò una donna bellissima, Anna, fece sei figli, divenne mondano al caffè “Casablanca”, soprattutto scoprì il corpo ed eseguì disegni e quadri di donne di un realismo esplodente, che Vittorio Sgarbi direbbe “assordante” tanto s’avvicina a Courbet che fece scandalo nella Parigi impressionista.
Parigi tra l’Ottocento e il Novecento era stata l’approdo obbligato per tanti pittori. Ebbene la Versilia nel secolo scorso fu in piccolo la Parigi per tanti poeti, scrittori, letterati, pittori, scultori che qui s’incontrarono alla luce e al godimento d’ambiente e vi presero casa e, notoriamente, abitarono e lavorarono producendo opere mirabili. Basti pensare a Carrà, a Soffici, a Henry Moore, a Mario Tobino, a Dazzi, a Viani. Fu Enrico Pea a scoprire Fausto Liberatore. Allora egli era un politico, intimidito, giovane, schiacciato da una vita, quella del Parlamento romano, che lo rendeva numero ed ignoto milite di battaglie impersonali. Spostato su Viareggio (dove già cresceva l’arte di Santini, Marcucci, Catarsini) Liberatore cambiò pelle; e pur restando fedele agli ideali di sempre si fece artista, ciò cominciò a fare mostre, cominciò a frequentare un mondo che prendeva dalla riviera (ancora in buonissima parte intatta) le sue naturali armonie (spiagge, pinete, tramonti, montagne) e le restituiva in quadri, disegni, architetture felici.
Quali i risultati di questo allettante paesaggismo? A “Villa Argentina” molto spazio, nelle splendide sale decorate, è dedicato alle opere paesaggiste di Liberatore. Egli poteva scegliere tra due differenti tonalità: la lezione di Viani e quella di Moses Levy, la notte e il giorno, l’ombra e la luccicante solarità. Liberatore le provò ambedue. Per Viani dipinse marine “invernali”, cieli annuvolati, tempeste (che a volte riecheggiano Turner). In altri quadri, specie nelle donnine velate e frastornate, si rifece alle roventi spiagge di Levy. Senza però lasciarsi scottare. Dove, tuttavia, Liberatore da l’arte migliore è nella rappresentazione del corpo, esplicitamente del corpo femminile, del corpo fatto e sfatto di modelle (spesso fu la moglie) che lo avvinghiarono, in segni marcati, spesso penetranti e duri. In atmosfere che conturbano tanto sono potenti. Ora, come ben studia il filosofo francese Michael Onfray, nel nostro Occidente, il corpo, anche in arte, non ha avuto mai parecchia fortuna. Bisogna risalire a Rembrandt, nell’Olanda del ‘600 per scorgere fiammanti lezioni di anatomia. Tutto compresi dallo Spirito e dall’idealismo, poi aggrovigliati dal romanticismo, gli artisti occidentali si sono in buona parte tenuti lontani dal materialismo dei glutei, delle cosce, dei seni, però Liberatore ebbe un incontro seduttivo con Guttuso. Lo conobbe e lo frequentò a Roma e Guttuso incendiò Fausto sulla femmina. Dipinse, Guttuso, decine di quadri su Marta Marzotto e la dipinse in modo trionfale, pieno, salutare. Liberatore ne fu conquistato e si rivolse anche lui, come i libertini, i sensisti, come il romano Lucrezio, ai valori, agli odori, al peso, al colore della carne, schiena, fianchi, braccia, ascelle, producendo opere, tante, dove nulla viene nascosto e la vita scorre intera lì in quelle stanze da Liberatore appena accennate, dove si consuma s’è consumato si consumerà l’amore. Che porterà alla maternità, a ciò che Courbet chiamò “l’origine del mondo”.
È attualissima oggidì questa tendenza corporale. Basti pensare agli inglesi (Bacon e Lucien Freud). Dunque Fausto Maria Liberatore è moderno e propriamente dentro il materialismo edonista di cui Onfray si fa campione. Ciò che lo spinse in tale direzione fu anche l’appartenenza ad un “milieu” che si andò costituendo attorno agli anni ’60 sulle colline di Camaiore, con gli incontri e l’amicizia con un poeta fine quale Raffaele Carrieri e dei critici Franco Russoli e Pier Carlo Santini. In quel tempo, ormai storico, molti “milanesi”, si trasferirono in questa parte bella della Versilia dove avevano già villa Alberto Mondadori e Cesare Garboli. Li accoglieva un giovane pittore talentuoso, Lorenzo D’Andrea e Liberatore, con lui (che poi dipinse in una lunga serie di ritratti), fece sodalizio e tutti assieme trascorsero ore mirabolanti sotto pergolati di glicini e roselline; parlando d’arte, affermando le loro passioni, come in un’arcadia ritrovata, oggidì dispersa, purtroppo.
La mostra di “Villa Argentina” è stata realizzata grazie alla Fondazione Carnevale di Viareggio, e alla Provincia di Lucca. L’ha curata Daniele Lucchesi ed è stata fortemente voluta da Lorenzo D’Andrea (del quale sono in mostra opere spettacolari agli hangars del Carnevale), che di Liberatore fu fraterno amico. E che sta attivamente lavorando per portarla presto a villa Bottini in Lucca. Hanno prestato quadri molto importanti anche le figlie di Fausto che sono Chicchi, Checca, Cicci, Tenna, Bamba. Anche dai loro nomi si intuisce quanto fosse leggero e poetico il rapporto tra l’artista e la moglie Anna.
L’allestimento della mostra, davvero esemplare, è di Barbara Grifoni che già in tante altre occasioni s’è manifestata con eleganza e capacità di soluzioni geniali e sobrie. Indubbiamente Viareggio, con quest’evento, rende un doveroso omaggio ad uno dei suoi cittadini più prestigiosi.
Fausto Maria Liberatore fu anche presidente del Carnevale e in quell’esperienza maturò figure (a volte aspri, a volte grotteschi) di Liberatore, rutilanti, fantasmatici, vigorosi in colori e soluzioni di disegno. In questo periodo è dunque giustissimo visitare la rassegna. Si vede come il carnevale è testimonianza all’arte figurativa, e da ottimi spunti creativi.
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