Il presidio
E Michelangelo venne sull’Altissimo in cerca del marmo
Nel gennaio di 500 anni fa la sua prima escursione Ma c’è chi spingeva per favorire le cave di Carrara
di COSTANTINO PAOLICCHI
La notizia di una escursione di Michelangelo sul Monte Altissimo e sugli altri monti prossimi a Seravezza, quelli di Cappella e di Trambiserra, la prima di una serie di visite e di sopralluoghi che lo scultore compirà nei due anni successivi, la apprendiamo da una lettera dell'Opera di Santa Maria del Fiore indirizzata a Domenico Boninsegni, del 31 gennaio 1517. Cinquecento anni fa pari pari. L'Opera scrive al Buoninsegni, agente e segretario del papa Leone X e del cardinale Giulio dei Medici, per aggiornarlo sullo stato dei lavori per la costruzione della strada "del padule", la nuova strada che dovrà collegare Seravezza e le sue cave direttamente con la marina, luogo di carico dei marmi diretti a Firenze e a Roma. I lavori procedono bene, ma si è speso per l'attraversamento del padule quasi il doppio di quanto era stato preventivato. Poi occorrerà «…voltarsi verso le cave dello Altissimo et seguitare detta strada», secondo le indicazioni fornite da Iacopo Salviati, personaggio di spicco della Signoria e Provveditore dell'Opera, «…che è stato in sul luoco insieme con Michelagnolo et Iacopo Sansovino et altri in simil cose experti».
Quindi occorreranno altri soldi, e l'Opera chiede che il papa concorra per la metà della spesa complessiva stimata tra i 1500 e i 2000 ducati d'oro. Si tratta di una grossa impresa, che richiede molto denaro. Ma ne vale senz'altro la pena, sostiene l'Opera di Santa Maria del Fiore. Infatti - si legge nella lettera - tale impresa «…per la relatione facta per decti Michelagnolo et Iacopo, dicono essere optima et laudabile, et che li marmi sono finissimi et per fare ogni lavoro che possa desiderare Sua Santità».
Poco tempo dopo Michele di Piero, un dipendente dell'Opera di Santa Maria del Fiore che in seguito farà parte di quel gruppo di scalpellini di Settignano che Michelangelo porterà con sé a Seravezza, riceve un compenso dalla stessa Opera per aver realizzato un modello di gesso «…delli monti et chava de' marmi nostri di Pietrasanta».
Al papa qualcuno doveva aver riferito che non era il caso di spendere tanti soldi per mettere in esercizio le nuove cave di Seravezza, per la non buona qualità dei marmi dell'Altissimo. Lo si apprende da una lettera del 9 gennaio 1517 dell'Opera al Capitano di Pietrasanta Vieri de' Medici: «… la Sanctità di Nostro Signore sinistramente è stata informata della qualità delli marmi dello Altissimo…». Sinistramente informata stava a significare che aveva ricevuto delle informazioni negative circa la qualità di quei marmi.
Veniva allora disposto di scrivere una lettera a Donato Benti, capo maestro dei lavori di costruzione della strada di marina, che godeva ampia fiducia da parte dell'Opera e dello stesso papa, perché svolgesse opportune indagini in modo da «…rendere testimonianza in contrario et in favore della verità». A quel punto viene nominata la speciale commissione di esperti, capeggiata dal Salviati.
Chi poteva aver messo in giro la voce che i marmi dell'Altissimo non erano adatti per i lavori che il papa aveva in animo di realizzare a Firenze e a Roma? Qualcuno che agiva a favore di Carrara e del marchese Alberico Malaspina, per scongiurare il pericolo che si formasse a Seravezza un nuovo polo estrattivo in concorrenza con Carrara, fino a quel momento emporio mondiale ed esclusivo del marmo. E dietro quelle voci ci poteva essere benissimo lo stesso Michelangelo, preoccupato all'idea di dover lasciare i suoi abituali fornitori carraresi, con i quali combinava affari lucrosi, e recare offesa all'amico e protettore marchese Alberico, signore di Massa, e al marchese Lorenzo, signore di Fosdinovo, dai quali aveva ricevuto molti benefici.
Non è un'ipotesi da scartare, e ne avremo conferma nel corso del braccio di ferro che Michelangelo ingaggerà con l'Opera, la Signoria di Firenze, con il papa e il cardinale Giulio de' Medici, i quali tutti pretendevano che abbandonasse Carrara e si recasse a Seravezza per dare avviamento alle nuove cave.
Perché "nuove cave"? Alcune piccole cave, al tempo indicate come "marmoraie", erano attive nella zona da secoli. Le più antiche erano quelle del monte di Ceragiola, alle porte di Seravezza, seguite da quelle del monte di Cappella. Vi erano stati estratti i marmi per la costruzione delle pievi di Santo Stefano di Vallecchia e per la chiesa di San Martino alla Cappella. Alla fine del Quattrocento e nei primi anni del Cinquecento le cave di Ceragiola avevano fornito modesti quantitativi di marmi per la cupola del Brunelleschi. Ma quando nel 1513 salì al soglio pontificio il Cardinale Giovanni dei Medici, che assunse il nome di Leone X, le cose per la Versilia, ovvero per il Capitanato di Pietrasanta, ancora sotto il dominio lucchese, presero subito un'altra piega. È ormai risaputo che il nuovo papa emise nel settembre di quello stesso anno una sentenza, un "lodo" arbitrale, favorevole ai fiorentini che ottennero dopo lunghe contese con Lucca il possesso di Motrone e di Pietrasanta con tutti i territori di pertinenza. In occasione della sua fastosissima visita a Firenze il 30 di novembre del 1515, il papa Leone X aveva pensato di legare il proprio nome ad un'opera importante a vantaggio della sua città, e aveva pertanto deciso di far realizzare la facciata incompiuta di San Lorenzo, la chiesa della famiglia Medici in gran parte progettata dal Brunelleschi. Molti architetti e artisti di chiara fama, tra i quali Giuliano da Sangallo e Raffaello, predisposero subito dei disegni, ma Michelangelo - avuto sentore della cosa - si attivò prontamente e preparò una serie di schizzi. Alla metà di dicembre del 1516 si recò da Carrara a Roma per eseguire di persona un disegno della facciata, che ottenne l'approvazione del pontefice.
Per realizzare quell'opera così importante occorrevano molti marmi. E tanti ne occorrevano per i cantieri dell'Opera di Santa Maria del Fiore, per Santa Reparata, e per la basilica di San Pietro in fase di ampliamento e di ristrutturazione. C'era insomma una gran fame di marmo, e i carraresi se lo facevano pagare caro. Ben lo sapeva il defunto papa Giulio II, che aveva commissionato a Michelangelo nel 1505 la sua grandiosa sepoltura, e lo stesso art. ista che aveva anticipato le spese per la fornitura e il trasporto dei marmi fino a Roma e che ebbe a tribolare non poco per ottenere il rimborso dal papa Della Rovere, mal consigliato dai detrattori del fiorentino, a cominciare dal Bramante.
Siccome era convinzione comune che nel territorio del Capitanato di Pietrasanta vi fossero giacimenti di marmo bianco, la Signoria di Firenze e lo stesso Leone X si dettero da fare per ottenere dalle Comunità di Seravezza e della Cappella due separate deliberazioni, opportunamente predisposte e rogate da un notaio, nelle quali veniva stabilito di donare al popolo fiorentino il Monte Altissimo, il Monte di Ceragiola, e tutti gli altri monti nei quali vi fossero marmi da cavare. Le due deliberazioni furono assunte dalle Comunità, nel rispetto delle procedure e delle consuetudini, il 18 maggio 1518.
Dunque, se Michelangelo aspirava ad assumere su di sé l'impresa della facciata del San Lorenzo, doveva servirsi del marmi di Seravezza, ed avviare le escavazioni anche nei giacimenti vergini di Trambiserra e del Monte Altissimo.
Michelangelo faceva orecchi da mercante. Proprio così, perché in quello stesso anno 1517 - in cui realizzerà due modelli lignei per la facciata di San Lorenzo, uno dei quali fu trasportato fino a Roma e servì insieme ai disegni preparatori per definire i termini del contratto stipulato con il papa nel gennaio 1518 - aveva fatto "compagnia" con alcuni cavatori carraresi con la prospettiva di dividersi le spese e i guadagni, ed aveva perfino tentato di fare la cresta ai prezzi che venivano praticati al papa. Pensate un po', il divino Michelangelo! Se ne accorse Domenico Boninsegni, facendo una semplice analisi di mercato, e lo scultore fu costretto a recedere dalla compagnia e chiedere scusa. Ma a Seravezza proprio non ci voleva andare. A parte i mancati guadagni, lo scultore era consapevole delle difficoltà pressoché insormontabili che avrebbe dovuto affrontare per mettere in esercizio le nuove cave. Mancavano le strade, non c'erano le competenze che a Carrara erano consolidate da secoli di pressoché ininterrotta attività dell'Ars Marmoris. Il marmo c'era, è vero, sui monti di Seravezza, abbondante e adatto per ogni tipo di lavoro, e sul Monte Altissimo aveva individuato lui stesso, avendo fatto parte della famosa "commissione" che era salita su quell'impervio monte, dei giacimenti di statuario finissimo, così bello che neppure a Carrara se ne trovava di uguale. Però bisognava arrivarci lassù, portarci una strada carrabile, ed era impresa gigantesca per quei tempi.
Così la tirava per le lunghe, rimanendo a Carrara e con il suo comportamento finì per indispettire i suoi committenti fiorentini e romani, che sempre più lo sollecitano a recarsi a Seravezza.
Il 2 febbraio 1517 il cardinale Giulio de' Medici scrive a Michelangelo una lettera molto dura, nella quale fa intendere che è volontà del papa e sua che si utilizzino i marmi delle cave di Pietrasanta, e che dunque lo scultore deve sottomettersi a quella volontà eseguendo quanto gli viene ordinato. Il cardinale innanzi tutto disapprova il fatto che lo scultore continui ad agire come se volesse favorire in tutto Carrara, e contesta certe sue affermazioni che davano per inadatti i marmi di Seravezza, «…perché non risponde al dire vostro quello che intendemo da Iachopo Salviati, quale è stato in sul loco delle cave et marmi di Pietrasancta con multi maestri intelligenti et ne riferisce esservi marmi in quantità grandissima, bellissimi et comodi al condurre». Fa dunque esplicito riferimento alla relazione - di cui avevamo parlato all'inizio - sull'esito del sopralluogo all'Altissimo al quale aveva partecipato lo stesso Michelangelo, che adesso ha assunto un atteggiamento contradditorio, per tutelare i propri interessi. Tuttavia il cardinale è irremovibile: «Vi dicemo che, posposto omni respetto, la Santità di Nostro Signore vole per omni modo che in tutte le opere che si ha ad fare, et per Santo Pietro et per Santa Reparata et per la facciata di Santo Lorenzo, si piglino li marmi di Pietrasancta et non altri, per le cause soprascripte, et maxime che ancora s'intende che saranno di minore spesa che quelli di Carrara. Ma quanto bene fussino di maggiore, vole ad omni modo Sua Santità che così si faccia, per indrizare et aviare questo maneggio di Pietrasancta per l'utile publico della città. Per tanto vedete di exeguire quanto vi havemo ordinato et non mancate, perché quando altrementi facessi, sarebbe contro la voglia di Sua Santità et nostra, et haveremo causa di dolerci di voi grandemente».
I carraresi cominciarono a insospettirsi per quello che stava avvenendo a Pietrasanta, e pensando che Michelangelo fosse parte in causa gli divennero ostili e giunsero fino al punto di "assediarlo", ossia gli impedirono di caricare sulla spiaggia dell'Avenza i marmi per la tomba di Giulio II che lì giacevano belli e pronti e già tutti pagati.
Esasperato per il comportamento dei suoi ex compari, ma anche stanco delle ingiunzioni e dei rimbrotti dei suoi committenti, agli inizi del 1518 Michelangelo decise di trasferirsi a Pietrasanta per occuparsi delle nuove cave dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Il 15 marzo di quello stesso anno Michelangelo stipulava in Pietrasanta con un gruppo di scalpellini di Settignano, ai rogiti del notaio Giovanni Badessi, il primo di una serie di contratti per l'allogazione di tutti i marmi destinati alla facciata di San Lorenzo. Era l'inizio del periodo più difficile e tormentato della sua vita, costretto ad occuparsi di strade e di cave, di cavatori indolenti, incapaci e inadempienti, di trasporti via mare e via fiume, senza aver il tempo di fare il suo, di lavoro: quello di scultore. La facciata di San Lorenzo, che resterà incompiuta, e la tomba di Giulio II, ultimata decenni più tardi in modo così ridotto e difforme dai suoi progetti e dalle sue intenzioni, posta non più in San Pietro in Vaticano ma in San Pietro in Vincoli, costituiranno le più grandi "tragedie" della sua esperienza artistica e umana. Capirà, ormai vecchio, di essere stato usato dai potenti di casa Medici. Di essere stato strumento inconsapevole di una specie di congiura: i Medici non volevano che si realizzasse la sepoltura del papa Della Rovere, parente prossimo dei duchi di Urbino che verranno ben presto spodestati. Affermerà malinconicamente e dolorosamente in una lettera del 1542: «In questo tempo papa Leone, non volendo che io facessi detta sepoltura, finse di volere fare in Firenze la facciata di San Lorenzo…». Anche lui: il grande, il divino Michelangelo vittima della prepotenza dei potenti. Vittima della politica. Ci può consolare?
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