Il Tirreno

Versilia

Il cantore di Viareggio

di PAOLO FORNACIARI
Il cantore di Viareggio

Con il suo romanzo trasformò in poesia la storia della città

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di PAOLO FORNACIARI

Il 16 gennaio 1910, allora era domenica, nasceva a Viareggio Mario Tobino e la ricorrenza dell’anniversario rappresenta una data importante per Viareggio, che vogliamo ricordare attraverso il suo romanzo “Sulla spiaggia e di là dal molo”, edito nel febbraio 1966, da Mondadori, nella collana “Narratori italiani”.

Mario Tobino, che per la città che gli ha dato i natali ha sempre provato un amore viscerale tanto da definirla “più bella dell’oriente”, era fortemente attratto dalla storia di Viareggio, dalle vicissitudini e dall’ingegno del suo popolo che nel corso di pochi secoli aveva trasformato una landa paludosa e malarica, allora definita “terra del diavolo”, nella splendida e solare “Perla del Tirreno”.

“Sulla spiaggia e di là dal molo” è una grande opera letteraria che é apprezzata anche per il suo contributo che ha fornito alla divulgazione della storia di Viareggio in quanto è la trasposizione in forma poetico-letteraria di episodi, ambienti e personaggi della storia della città, interpretati da uno dei maggiori scrittori italiani.

Il romanzo, che Tobino confessò di aver meditato da trenta anni e che aveva “sognato non so quanto e preparato con pazienza ed umiltà”, ha come protagonista Viareggio, la sua breve ma intensa e interessante storia, l’intraprendenza e l’ingegno della sua popolazione. Composto di brani di diverso respiro e contenuto, ha una fisionomia ed un’unità narrativa che proviene essenzialmente da un sentimento: «Quanto ti amo o mio paese, fosti ingenuamente generoso anche se tutti ti ignorano. Tenterò di narrarti con la più dolce modestia…».

Un volume che subito si inserì nel filone storiografico, che allora muoveva i primi passi. Infatti, Il primo libro sulla storia di Viareggio fu scritto da Giuseppe Genovali, “Memorie di storia viareggina dal 1040 al 1624”, pubblicato nel 1885, poi fu la volta di Francesco Lenci con “Viareggio dal 1820 al 1920”, edito nel 1920 in occasione del primo centenario dell’elevazione di Viareggio a rango di Città, e poi con “Viareggio dalle origini ai giorni nostri”, dato alle stampe nel 1941. Poi la storia di Viareggio è stata raccontata da Francesco Bergamini, che con il contributo del collega Marco Palmerini, pubblicò la serie “Viareggio e la sua storia”, e nello stesso tempo diede vita alla fortunata rivista di storia, cultura e costume “Viareggio ieri”, che vide la luce nel 1964 e che raccolse intorno al progetto editoriale importanti protagonisti della cultura non solo di Viareggio e fra questi anche Mario Tobino, che era legato a Francesco Bergamini da profonda amicizia, tanto da dedicargli una citazione nel suo romanzo, scrivendo «...e il Bergamini che per primo ci disse il nerbo delle storie marine...» e che condivideva il suo amore per la storia di Viareggio.

Così nel suo romanzo Tobino narra di Viareggio la storia, dalle origini della prima torre eretta nel dodicesimo secolo sulla spiaggia, proprio in riva al mare, a difesa di un territorio allora paludoso e malarico, alla formazione del primo nucleo abitato sorto all’ombra della. cinquecentesca Torre Matilde. Nella narrazione, ai fatti che costituiscono la storia di Viareggio così come sono riportati nei documenti d’archivio, Tobino antepone il sentimento e la realtà di un’esistenza di sacrifici, dolore e morte, che caratterizzò per alcuni secoli la vita dei primi abitanti: quella realtà viene stemperata nella poesia e allora i primi abitanti che popolano questo territorio ostile, paludoso e malarico, quei disperati che sfidarono mille avversità in quella che fu definita una “terra del diavolo”, nel romanzo quei primi viareggini erano quattrocento e «godettero di una felicità così possente che non se ne andarono mai…».

Per Tobino, «è il poeta che fa rimanere le storie; se no diventano polvere, lontane larve…». Così le pagine del primo capitolo del romanzo dedicate a “Bastimenti e marinai” vanno oltre la storia, descrivono un’epopea dove marinai e capitani, maestri d’ascia e calafati sono personaggi di un mito, eroici protagonisti di quella epopea marinara e cantieristica sulla quale Viareggio ha costruito le sue fortune di centro nautico internazionale.

Il capitolo secondo è dedicato alla politica: le giornate rosse del maggio 1920 e la sfida di piazza Grande. Il racconto di quegli avvenimenti eccezionali e drammatici, che hanno avuto ripercussione anche a livello nazionale, non scorre nei binari della cronaca dei fatti testimoniata dai documenti, ma piuttosto mette in luce l’animo popolare, la dolce anarchia, il senso di libertà, la ribellione nei confronti di soprusi ed imposizioni, che da sempre caratterizzano lo spirito della gente di Viareggio.

Il terzo capitolo, “Al di qua del canale”, è dedicato alla Viareggio più direttamente legata alla memoria di Tobino ed ha per tema la città, le sue strade e le sue piazze, i personaggi.

Recuperando dai ricordi della gioventù descrive la realtà della Passeggiata all’inizio del Novecento, una teoria di costruzioni di legno dalle architetture pretenziose e stilisticamente anarcoidi di chalet, negozi e caffé concerto, e le strutture lignee delle palafitte sospese sul mare degli stabilimenti balneari. Il ricordo di una Viareggio che ormai vive solo nella memoria incalza la narrazione tanto che Tobino s'interroga: «Come faremo a dire tutto?». Poi racconta di Petrolini all’Eden, della diversità del carattere dei viareggini e dei lucchesi, di Lorenzo Viani e del carnevale, confessando che «Il Carnevale di Viareggio da me amato, il felice, il glorioso, fu questo del 1924, dell'Andasti, o giovinastro, al gran veglione».

Il quarto ed ultimo capitolo è “Tempi moderni”. L’ amico e coetaneo Mario Marcucci e la poesia della sua pittura dove il colore é luce, forma e materia; le darsene oggi, gli yachts e i cruisers che nel porto hanno sostituito i velieri e i bastimenti «che avevano il soffio delle anfore greche… gallettati, perché del gallo avevano il movimento e la luce».

Proprio in questo brano Tobino offre un’ulteriore testimonianza del suo immenso amore per Viareggio, quando descrive il veleggiare con la sua barchetta al largo di Viareggio e il suo sguardo va alle costruzioni che guardano il mare dal Principe di Piemonte alla fossa dell’Abate: «O amore per il mio paese! Quei recenti fabbricati, la così detta città giardino, gli ultimi grattacieli, immobili nel sole, li vedevo belli, leggendaria città orientale, allucinata bianca selva». Questa ammissione è un atto d’amore senza limiti, che supera il senso critico che lo scrittore manifesta nei confronti delle trasformazioni operate nel tessuto architettonico e urbanistico di Viareggio che hanno cancellato segni importanti dell'evoluzione storica della città.

Ricordiamo anche che poi nel romanzo “Zita dei fiori”, pubblicato nel 1986, Tobino ha scritto contro la costruzione della Città Giardino vista come «una selva di muri, un agglomerato di casoni, una periferia da grande città».

Ancora, nel brano “La Passeggiata”, definisce l’operazione che negli anni Venti cancellò la dimensione da favola delle architetture lignee del viale a mare: «Venne l’ordine che le baracche dovevano essere distrutte, tutti i colori trasformati in quello unico della calce, ogni bizzarria, spontaneità e fantasia doveva farsi disegno di geometri… Al posto delle liete baracche sorsero delle costruzioni in cemento armato disegnate da architetti di Firenze, disegni fatti in ufficio, senza neppure l’ombra della disavvedutezza dei viareggini, nessun lontano barbaglio di quel concepire la vita come una festa».

Ed ancora, dello sventramento operato nella piazza Grande per la costruzione del palazzo comunale ha scritto: «Incredibile. Fu dilaniata come la pineta. Lo scatolone del Municipio occupò la piazza… Un’altra piazza - che la fantasia tante volte aveva popolato di sogni - era tagliata, sostituita da un tumore con la forma di cubo».

Tobino, che nella composizione poetica che chiude “Sulla spiaggia e di là dal molo” si definisce “l’unico poeta”, termina il romanzo con la frase: «La storia procede con invincibile logica, e gli uomini la tessono».

Nel ricordo di Tobino è da auspicare che vi siano ancora uomini in grado di costruire il futuro di Viareggio con lo stesso sentimento d’amore per la città che “l'unico poeta” ha sempre testimoniato nelle sue opere, ma i tempi sono cambiati ed gli uomini anche.

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