Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio
i carri in anteprima

Avanzini, le frontiere da abbattere e i muri che si alzano

di Simone Pierotti
Alessandro Avanzini con il modellino del carro (foto Ciurca/Paglianti)
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Alessandro Avanzini con il modellino del carro (foto Ciurca/Paglianti)

Carnevale di Viareggio: il costruttore dedica la propria costruzione al problema dell'immigrazione

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VIAREGGIO. Non chiamatelo un seguito di "Migranti": per quanto il titolo - Frontiere - possa suggerire un accenno ai rifugiati, il nuovo carro di Alessandro Avanzini denuncia (anche) altro. In particolare, il costruttore punta l'indice contro le classi dirigenti che, di fronte ai fenomeni complessi di un mondo fluido - anzi liquido, volendo citare il recentemente scomparso Zygmunt Bauman - e sempre più globalizzato, non trovano di meglio da fare che chiudere le frontiere e innalzare barriere. Un salto indietro di quasi trent'anni, quando Berlino (e non solo) era divisa da un muro.

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Il soggetto. «Quando ho costruito 'Migranti' volevo raccontare il dramma umano di chi abbandonava la propria terra per cercare, spesso inutilmente, fortuna altrove», puntualizza Avanzini. «Qui, invece, non si parla d'immigrati: c'è solo la classe politica incapace di trovare soluzioni».

Il carro è, se vogliamo, pure uno spaccato sull'aria che tira in Europa da qualche anno a questa parte: in numerosi Paesi del vecchio continente, infatti, sono venuti a galla movimenti e partiti xenofobi che fanno leva sulla paura per il diverso per costruire il loro consenso. «Quello della sovranità nazionale è un concetto in crisi già dal Novecento», è l'analisi di Avanzini. «Da Schengen in poi, sulle ceneri della cortina di ferro, il progetto dell'Europa unita è naufragato: ci riempiamo tanto la bocca con il 'libero mercato', ma la realtà è che oggi uomini, donne e bambini non possono transitare liberamente come le merci. Qui sta il fallimento della politica: dovrebbe riuscire a organizzare l'economia e la tecnologia, che di per sé non hanno finalità etiche, e invece dipende da esse. E poi ci vengono a dire dell'importanza di 'esportare la democrazia'...».

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Il carro. Una serie di pareti in mattoncini rossi, come se ne trovano a bizzeffe in una qualsiasi città industriale inglese, e un recinto di filo spinato delimitano la costruzione: da un cumulo di macerie emerge un volto umano, rivestito di carta bruciata, con i connotati sfregiati dai fili di ferro. La scenografia posteriore è invece rappresentata da una cartina geografica in cui il territorio di ciascun Paese - Russia, Ucraina, Turchia e molti altri - è raffigurato con i colori e i simboli delle rispettive bandiere nazionali: è un omaggio alle mappe di Alighiero Boetti.

Sotto il grande volto, infine, ecco una pedana con l'inconfondibile bandiera azzurra dell'Unione Europea su cui si esibiscono alcuni figuranti: il ripiano si reclina e assume progressivamente una posizione verticale, impedendo così alle maschere di riuscire a mantenere l'equilibrio («Mi sono ispirato a uno spettacolo del coreografo greco d'avanguardia Dimitris Papaioannou», aggiunge Avanzini), fino a diventare un vero e proprio muro.

Eccola, la metafora (amara) dell'Europa che alza le barriere come soluzione ai flussi migratori degli ultimi anni. Per fortuna il carro si congeda, comunque, con un messaggio di speranza che rivisita la scena del "duello musicale" tra ebrei e zingari in "Train de vie", uno dei tanti film sull'olocausto.

La colonna sonora spazierà invece tra le sinfonie di Ligeti, le sonorità elettroniche di Thyx e rock progressivo arabo: «Questo ce l'ho messo perché è uno dei miei ricordi di gioventù», spiega Avanzini. Giusto: in un carro non deve mancare una componente autobiografica.

(4 - continua)

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