Il Tirreno

Versilia

«Su quell’assile non c’era corrosione»

L’ultima difesa della Cima riparazioni che si è affidata allo Studio Giarda, lo stesso del caso Garlasco

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VIAREGGIO. Si è giocata l’ultima carta la difesa della officina di Bozzolo (Mantova) Cina riparazioni che opera dal 1945 nel compo della manutenzione e riparazione dei rotabili ferroviari ed oggi è sul banco degli imputati, insieme ad altre otto imprese, per il disastro ferroviario del 29 giugno 2009 a Viareggio. Carta rappresentata dalla memoria difensiva riassuntiva che porta la firma del gruppo di avvocati difensori, tra i quali spiccano quelli dello Studio Giarda, tornato all’onore delle cronache per la richiesta di riapertura del processo che ha visto la condanna definitiva del loro cliente nel caso dell’omicidio di Garlasco.

Per Daniele Gobbi Frattini (responsabile tecnico della Cima e responsabile commessa carri) la richiesta di condanna avanza dai pm della Procura di Lucca è stata di 8 anni e sei mesi; 8 anni, invece, per Paolo Pizzadini (capo commessa reparto sale); sette anni per Massimo Vighini (caposquadra reparto carri Cima). Richiesta di assoluzione, infine, per l’amministratore delegato, Giuseppe Pacchioni.

L’officina italiana, certificata Trenitalia, una volta ricevute le sale montate (assi più ruote) dalla tedesca Jungenthal aveva l’obbligo di un esame visivo prima dell’installazione dei “pezzi” ricevuti sul carrocisterna poi deragliato a Viareggio. «Oltre ad avere le qualificazioni, Cima aveva i requisiti sostanziali per poter effettuare l’attività che le è stata commissionata», rispondono i legali alle contestazioni della Procura. Anche se - sono gli stessi difensori a ricordarlo - in aula è stato testimoniato che «lacune importanti Cima non ne aveva. Mi ricordo - sono le parole del teste Muhlberg - che per Cima questa lista di lacune non era neanche troppo ingente, non era neanche troppo lunga».

La tesi dei difensori degli imputati di Cima è assoluta: sull’assile 98331 «alveoli di corrosione non erano presenti». Eppure le indagini condotte dalla Polfer su delega della Procura hanno messo in evidenza come l’assile arrivato dalla Germania portasse la targhetta con l’indicazione W1D che indica appunto la presenza di alveoli di corrosione, sia pur considerati accettabili. «Passa il tempo, la sala arriva in officina, verificate che riporta la sigla che indica un difetto - chiede il giudice Gerardo Boragine, presidente del Collegio del dibattimento - e non vi fate la domanda se quel difetto accettabile nel 2008, nel 2009 non lo sia più?». La risposta dell’imputato Daniele Gobbi Frattini è agghiacciante: «È una domanda non prevista dai manuali...». (d.f.)

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