Il presidio
Il massaggiatore dei campioni: il più grande? Batigol
Luciano Dati racconta amicizie e aneddoti tra le stelle del calcio «Quella volta che Gabriel fece il verso di spararmi...»
PIETRASANTA. Chiamarlo Museo sarebbe ovviamente una esagerazione ma pochi possono vantare una collezione di oltre duecento maglie originali di giocatori di livello internazionale come quella di Luciano Dati, il massaggiatore di Pietrasanta che ha curato le caviglie e i muscoli di tantissimi fenomeni, da Gabriel Omar Batistuta a Enrico Chiesa fino a -ultimo ma solo in ordine di tempo - Massimo Maccarone, bomber dell'Empoli.
Quella di Luciano Dati è una carriera lunghissima che parte dalle categorie inferiori con lo Spezia Calcio e che è arrivata ai mondiali di calcio e alla Champions League, quando sotto le sue mani sapienti sono finiti i muscoli di Batigol, il bomber con il quale è rimasto legato da un fortissimo rapporto di amicizia che è proseguito nel tempo, anche quando la carriera del giocatore è finita. Nella collezione di Dati che viene esposta nel Bar Lombardi in via di Mezzo a Pietrasanta, oltre quelle dei giocatori di cui era massaggiatore, ci sono anche le maglie di Rui Costa e Del Piero, quella indossata da Ayala durante una partita dei mondiali del 1998 in Francia.
Come nasce la collezione di queste maglie?
«Nasce nei vari spogliatoi che ho frequentato con l’aiuto dei miei colleghi con i quali scambiavo le magliette dei giocatori avversari. Ho iniziato con il calcio nel 1989 allo Spezia calcio in C1: avevamo come capitano Luciano Spalletti, il mister della Roma di oggi, e facemmo un campionato clamoroso, arrivando terzi dietro all’Empoli e alla Triestina che promossero in serie B. Legato alla permanenza alla Spezia racconto per la prima volta un episodio che solo successivamente ho interpretato come una premonizione: era una partita di Coppa Italia e io ero a bordo campo a seguire il riscaldamento della squadra. Giocavamo contro il Napoli e mi si avvicinò niente meno che Diego Armando Maradona che mi porse un portachiavi che era caduto sul terreno di gioco e che aveva come simbolo una lettera A. Quando mi chiamò qualche anno dopo la Fiorentina mi sembrò che Maradona mi avesse in qualche modo preannunciato una carriera da serie A. Dopo La Spezia andai a Viareggio e quindi al Pisa dove c’era ancora il mitico Romeo Anconetani. Poi la Nazionale Under 21 allenata da Brighenti e quindi l’Under 19 con Marco Tardelli con cui vincemmo la Coppa Pelé. Poi arrivò la chiamata della Fiorentina e da lì nacque la collezione».
E lì l’incontro con Batistuta...
«Sì, Batistuta era arrivato a Firenze e nel 1993 era già un leader dello spogliatoio, ma non il giocatore devastante che è poi diventato, e allora era considerato un po’ un bomber di periferia. In quella squadra giocava anche Dunga che per anni è stato il leader del Brasile e poi allenatore delle nazionale più titolata al mondo. L’amicizia con Batigol merita una storia a sé perché ancora oggi ci sentiamo almeno una volta alla settimana e ci vediamo ogni volta che passa in zona. Non è solo un grande calciatore, ma un grande uomo. Lo avevo già conosciuto quando ero massaggiatore al Pisa e Batigol venne a trovare Diego Simeone, altro giocatore straordinario di Pisa, Lazio, Inter, oggi allenatore dell’Atletico Madrid, che si era fatto male: si era rotto un braccio con una pallonata rimediata in barriera in un Pisa Padova in cui giocava anche un ragazzino di nome Alex Del Piero. Potrei raccontare mille episodi legati a Batistuta: nel 1996 vincemmo la Coppa Italia e sulla testa mi ero scritto Batigol».
Poi vennero le gag legate a Luciano Dati 007. Raccontaci qualcosa.
«Nel 1998 si svolgevano i campionati mondiali in Francia e l'Argentina era tra le favorite: Batistuta era molto atteso ma non era al top. In mezzo al mondiale Batistuta mi chiamò dalla Francia, mi chiese di raggiungerlo. Ma il ritiro era blindato e non potevo entrare. Avevo preso una casa in affitto e al mattino presto mi recavo in un bar davanti alla sede dell’Argentina in attesa che un inviato del bomber mi facesse entrare di nascosto. Mi facevano attendere in uno stanzino e a un certo punto arrivava Batistuta. Nella partita con la Giamaica si fece male anche Sensini che era il leader dello spogliatoio e gli dissero che casualmente ero in zona. A quel punto venne detto a Passarella, che era il commissario tecnico di quella nazionale, che io ero lì. Prima di una partita mi presentai con la maglia Dati 007 e dissi a Batistuta: “Se segni, sparami”. Ne face tre e al terzo gol fece il gesto della mitraglia. Si andò fuori (parla come se fosse argentino, ndr) con l’Olanda. Peccato».
Cosa ti rimane di questi anni di calcio?
«Ancora oggi seguo Massimo Maccarone privatamente e sono ormai dieci anni che sono con lui. Vado a Empoli due volte alla settimana. Sono stato anche a Siena con Enrico Chiesa e ho conosciuto giocatori favolosi. Questa collezione comprende oltre duecento maglie e anche tanti scarpini tra i quali quelli di Gilardino, Chiesa, Batistuta, Maccarone, Rui Costa. Sono un bel ricordo».
Il giocatore più forte che hai visto e di cui hai la maglia?
«Batistuta fa categoria a sé: per la classe direi Dejan Savicevic, un talento incredibile e Paolo Maldini, un esempio per tutti».
E la maglia che manca alla tua collezione?
«Incredibile a dirsi, ma l’unica società per cui ho lavorato e che non mi ha lasciato una maglia è il Viareggio. Forse, ho una tuta, ma una maglia non proprio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
