Il Tirreno

Versilia

Quei gioielli demoliti

di PAOLO FORNACIARI
Quei gioielli demoliti

Cinque casi di luoghi simbolo della città andati distrutti

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di PAOLO FORNACIARI

L’interesse suscitato dallo stato di abbandono che da anni caratterizza un luogo simbolo di Viareggio come piazza Mazzini e il suo Belvedere è un fatto importante che fa ben sperare, che testimonia la volontà della città di reagire ad un degrado che non è solo urbanistico, ma anche culturale. Così non è sempre stato e se la realtà di Viareggio è il frutto di una stratificazione architettonica che ha lasciato evidenti i “segni” del passato, quando è stata privilegiata la cultura della demolizione, sono state cancellate importanti testimonianze storiche, il più delle volte nell’indifferenza generale.

Questo fenomeno, che ha impoverito culturalmente l’immagine di Viareggio, nel corso del Novecento registrò una brusca accelerazione. Gli esempi sono numerosi. Eccone una parziale carrellata.

Il Palazzo del Commissario di spiaggia. Il Palazzo fu edificato alcuni anni dopo la costruzione della Torre ed era destinato ad ospitare il Commissario di spiaggia, autorità che aveva l'incarico di disciplinare il movimento delle merci che transitavano dallo scalo marittimo. Il palazzo fu collegato alla Torre con un loggiato, per permettere al Commissario di portarsi al riparo in caso di eventuali attacchi nemici. Alla fine dell’Ottocento fu sede dell’Asilo infantile, poi della Camera del Lavoro. Il 21 ottobre 1931 il commissario prefettizio Raffaello Casali ordinò la demolizione dello storico palazzo per far posto al cavalcavia ferroviario i cui lavori di costruzione, affidati alla ditta Pattacini di Reggio Emilia, iniziarono il 23 gennaio e terminarono il 6 dicembre dello stesso anno.

La Torre Matilde. Anche la cinquecentesca Torre Matilde, che non aveva subito alcun danno dai numerosi bombardamenti aerei che avevano ridotto ad un cumulo di macerie tutto il centro storico di Viareggio, non sfuggì agli effetti del piccone demolitore. La struttura della Torre, che originariamente si presentava come la vediamo adesso, nei primi anni del XVI secolo fu rialzata di un piano che fu dotato di una struttura muraria a vela dove furono collocate due campane. La più grande fu fatta fondere da Francesco Azzi nel 1699. Non prima del 1703 anche l’orologio pubblico che si trovava sulla facciata del palazzo del Commissario di spiaggia fu traslato sulla sommità della Torre che per questo, giù nella “Pianta di Viareggio nel 1879”, è indicata come “Torre delle ore”. Il progetto dell’architetto Bernardo Giacometti per la trasformazione a carcere dell’ex bagno dei forzati documenta che l’ultimo piano della Torre era strutturato come luogo di culto, con una spazio adibito alla “ricr. eazione”, una chiesina con stalli per assistere alle funzioni religiose, posti a semicerchio davanti all’altare. Questa sopraelevazione fu interamente demolita nel 1947, insieme agli edifici che nel tempo erano stati costruiti intorno alla Torre, nel contesto di un primo restauro eseguito per conto della Soprintendenza ai Monumenti di Pisa.

Il Fortino sul Burlamacca. Il vecchio fortino sul canale Burlamacca, la costruzione militare realizzata nel 1788 per la difesa del porto canale di Viareggio, necessaria allorché il mare ritirandosi aveva reso insufficiente la protezione garantita dalla Torre Matilde, dal 1909, quando fu istituito il compartimento marittimo di Viareggio, fu sede della Capitaneria di Porto. Il fortino fu demolito nel 1938 per “la sistemazione urbanistica della zona adiacente”. Stessa sorte toccò anche al Battistero della chiesa di Sant’Antonio. Il Battistero, costruito nei primi anni del Novecento su progetto dell’architetto fiorentino Augusto Passaglia, che era scampato al bombardamento aereo che il 4 giugno 1944 aveva raso al suolo la chiesa ed il convento dei frati francescani. Il Battistero, come è testimoniato da alcune foto storiche e da documenti d’archivio, ebbe danni di non grave entità ma fu comunque demolito negli anni ’50 per lasciare spazio ad un parcheggio.

La casa di Giovanni Pacini. Anche la casa di Giovanni Pacini, che si trovava davanti al canale Burlamacca, poco oltre del ponte girante, fece la stessa fine. La storia di Giovanni Pacini è intimamente legata a Viareggio, dove si stabilì nel 1822. Egli nel volume autobiografico Le mie memorie artistiche, stampato a Firenze nel 1875, ha scritto: “Nella primavera del 1822 sbarcai a Viareggio ove, piacendomi infinitamente quella nascente città, vi fermai la mia dimora”. Infatti, Pacini fece costruire una casa lungo il canale Burlamacca dove soggiornò fino al 1857, poi si trasferì a Pescia. Questa casa, dove egli compose le sue più importanti opere, fra le quali la “Saffo”, fu risparmiata dai violenti bombardamenti che subì la città durante l’ultima guerra, ma scomparve sotto i colpi del piccone demolitore per scarsa sensibilità storico-artistica, e al suo posto fu edificato un anonimo “grattacielo”, anche se nel1871 sul fronte della casa era stata collocata una targa che riportava l’ iscrizione: «Il Municipio di Viareggio pose questo marmo per indicare ai posteri dove il genio di Giovanni Pacini meditò la Saffo».

Il teatro Puccini. Stessa sorte toccò al teatro Puccini, realizzato nella pineta di ponente per l'allestimento della stagione lirica estiva. Fu inaugurato il 13 agosto 1938 con la rappresentazione della "Turandot". Il 13 maggio 1940, in considerazione del successo riscontrato nelle precedenti edizioni, l'amministrazione comunale deliberò di trasformare il teatro all'aperto in una struttura stabile che "porti decoro alla città". Il progetto fu studiato dall'architetto Virgilio Marchi e l’esecuzione dei lavori, per un importo di 320.000 lire, fu affidata alla ditta Adolfo lacomelli. Il teatro, costruito nella zona dell'ex-ippodromo, fu intitolato a Giacomo Puccini. Era una vasta area rettangolare, con sfuggite a ventaglio, delimitata da una alta siepe, capace di contenere 3.626 posti a sedere. L'ingresso si presentava come un blocco architettonico monumentale che dominava i pini circostanti, visibile anche dai viali a mare. Nel 1946, il teatro fu dato in affitto alla società "Gran Caffè Margherita" che vi organizzò proiezioni cinematografiche, spettacoli d'arte varia e manifestazioni sportive. Nel settembre del 1962 il Comune decise di smantellare il teatro poiché la struttura era ridotta in precarie condizioni. Otto mesi dopo fu demolito per "dar maggior respiro alla pineta" e per far sì che lo spazio potesse "essere utilmente utilizzato a parco pubblico". La città, che aveva promesso di "custodire consacrati a Giacomo Puccini e casa e bosco che furono reggia e giardino alla splendida regina Turandot” non aveva saputo conservare il teatro dedicato "alla memoria del Maestro, fulgida gloria musicale d'Italia e cittadino d'elezione di Viareggio".

Villa Martinelli. Per finire, nell’elenco dei “segni” del tempo cancellati a colpi di piccone ricordiamo la villa liberty che si trovava in via Buonarroti all’angolo con la via Carrara. L’abbattimento di villa Martinelli rappresentò un vero e proprio “caso”. Nel 1962, una società immobiliare ottenne il permesso di demolire la villa per costruire al suo posto un palazzo di cinque piani. Prima che il piccone si abbattesse sulla villa, intervenne “Italia Nostra” per salvare l’architettura di interesse storico ed artistico. Nel 1967, la Soprintendenza di Pisa chiese ed ottenne la tutela della villa. Un anno dopo invece fu stabilito che la villa non dovesse essere protetta. A quel punto la società immobiliare, visto l’interesse che aveva raccolto la battaglia in difesa della villa, decise di smontarla a pezzi per ricostruirla in un terreno sempre sulla via Buonarroti, all’angolo di via Zara, dove si trovavano i ruderi di una costruzione denominata “villa delle paure”. Così, al suo posto fu innalzato il palazzo di cinque piani, ma non partì mai la ricostruzione della “villa”. Nel 1977, i giornali titolarono: “Sparita la villa liberty”. Nacque così il mistero dei pezzi della villa liberty. Un mistero di facile soluzione se già nel 1970, la società immobiliare aveva informato la Sovrintendenza che durante le operazioni di smontaggio molte delle parti più pregevoli della villa erano andate completamente distrutte e quel poco che si era salvato non consentiva nessun recupero.

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