Il Tirreno

Versilia

Un “Miracolo” dopo la fuga Fiocco rosa alla Misericordia

Cesare Bonifazi
Un “Miracolo” dopo la fuga Fiocco rosa alla Misericordia

È nata una bimba da una coppia di rifugiati accolta negli alloggi del Secco Si chiama Miracle e ha due sorelle in Costa d’Avorio da dove vengono i suoi genitori

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«Sulla via dolorosa dell’esilio,
in cerca di rifugio in Egitto,
Giuseppe, Maria e Gesù
sperimentano la condizione drammatica
dei profughi»
Papa Francesco
29 dicembre 2013

 

Racchiuso in un fagotto di pelo rosa sbadiglia un piccolo miracolo di quattro chili e mezzo. Miracle, questo il suo nome, è venuta alla luce martedì scorso all’ospedale Versilia. Lei non sa che da quando è stata concepita ha viaggiato per quasi cinquemila chilometri. Il suo fiocco rosa ora è appeso alla porta delle case d’accoglienza profughi della Misericordia di Lido di Camaiore. Prima di arrivare qua ha attraversato guerre, prigioni e barconi. Non sa neanche di avere due sorelline in Costa d’Avorio che non aspettano altro che riabbracciare mamma e papà e conoscere la nuova arrivata.

I genitori della piccola Miracle sono Yousouf Cisse, 36 anni, e Naminata Kanate, 27 anni. Partiti dalla Costa d’Avorio, sono arrivati a Palermo a giugno su uno dei tanti barconi della speranza che solcano il Mediterraneo. Hanno fatto tappa a Lucca e poi sono stati mandati a Lido dove adesso aspettano che un giudice conceda loro lo stato di rifugiati. Solo a quel punto potranno chiedere il ricongiungimento ed essere di nuovo una famiglia, passare il Natale di nuovo insieme.

Yousouf e Naminata sono cristiani e nel giorno dell’antivigilia il loro alloggio è un viavai di persone che preparano da mangiare: si frigge, si pulisce e si scherza in attesa della festa. Ma la loro testa si trova poco sopra all’equatore dove parte della loro vita li attende distante.

La loro storia comincia nel 2010. Yousouf è un assistente veterinario e lavora nella capitale della Costa d’Avorio, Yamoussoukro. Lui e la moglie hanno da poco avuto la loro seconda figlia, Awa, la prima ha già sei anni e si chiama Rabi. Lui si occupa principalmente degli animali da fattoria: buoi, maiali, tacchini, conigli. La sua è una vita tranquilla e semplice. Ad essere complicata è la situazione politica del paese: il contestato leader del Paese africano, Laurent Gbagbo, un tempo alleato di Francia e Occidente, si è asserragliato nel suo palazzo, nella città di Abidjan, e si rifiuta di lasciare il potere. Anche se Onu e Unione africana hanno riconosciuto il suo avversario, Alassane Outtara, come legittimo vincitore delle elezioni pochi mesi prima, Gbagbo è rimasto dov’è. Non solo: ha cominciato ad usare il pugno di ferro contro chi protestava, senza compromessi. La resistenza del presidente sconfitto alle elezioni viene vinta dall’intervento delle Nazioni Unite e della Francia qualche mese dopo. Tuttavia il futuro del nuovo governo è gravido di insidie. Un primo elemento di fragilità è rappresentato dalle accuse di violazioni del diritto internazionale umanitario rivolte contro alcune frange delle milizie di Ouattara, sospettate di aver massacrato centinaia di persone durante la presa della città occidentale di Duekoue.

Yousouf ha la malaugurata idea di schierarsi dalla parte sbagliata, «volevo solo lavorare, mi avevano promesso un lavoro migliore», racconta. La sua fazione però viene spazzata via e tutti i seguaci vengono messi in prigione. Yousouf si fa tre anni di galera: motivi politici, è chiaro. Naminata è a casa che spera che il marito torni il prima possibile. La vita in carcere è un inferno, soprattutto se sai che il solo motivo per cui ci sei è perché le tue idee non sono uguali a quelle del pensiero dominante. «Quando sei in carcere e qualcuno muore vengono scelte tre persone per sotterrarlo - racconta - me lo ricordo come se fosse successo ieri: ero lì che spalavo la terra ai margini del bosco per fare la fossa, c’era un gran vento e pioveva forte. Ho tentato il tutto per tutto e ho lanciato la pala fuggendo fra gli alberi. Le guardie mi hanno inseguito, sentivo le pallottole che volavano tra gli alberi. Speravo solo che non mi prendessero».

E infatti così è stato. L’unico modo per Yousouf di salvare la pelle era correre lontano da tutti. Si è diretto verso il confine con il Burkina Faso, da lì ha chiamato la moglie. «“Mon bèbè” (amore mio in francese, ndr) le dicevo al telefono - racconta mimando con le mani il gesto della cornetta del telefono - “Non parlare” le facevo, “Sono io, devi raggiungermi al confine con il Burkina, qui ci sono persone che possono portarci in Algeria e lì potremmo salvarci. Non c’è tempo per spiegare”. Dovevamo fare tutto di nascosto perché se mi avessero preso, sarei tornato in prigione, se non peggio».

Naminata, a quelle parole ha pianto: sapeva che era l’unica via ma anche che questo avrebbe significato separarsi dalle sue bimbe, Awa e Rabi, chissà per quanto. Affidate alla cura di un amico all’interno di una struttura ecclesiastica, lei è partita alla ricerca del marito. E ci è voluto un po’ per proseguire verso Nord da quel villaggio di confine: il convoglio è partito per l’Algeria ma a metà strada è stato dirottato attraverso il Niger e, tra mille peripezie, è stato portato in Libia.

«Non devo certo raccontare cosa sta succedendo in Libia - dice quasi sorridendo - lì in ogni casa c’è almeno una persona che è in prigione o che c’è stata per un po’. Volevi che non mi facessi un po’ di galera anche qui? - e ride - C’è stato un rastrellamento e in quelle occasioni non importa molto chi sei: sono rimasto dentro quindici mesi. In tutto mi sono fatto quattro anni e tre mesi. Quando ho scontato la mia pena, io e mia moglie abbiamo deciso di proseguire il nostro viaggio verso la speranza: siamo stati due dei tanti che hanno attraversato il mare nei barconi, anzi tre perché la piccola Miracle stava già crescendo. Tre mesi. Eravamo in una bagnarola da una quarantina di persone e ci hanno stipato in 150. Non sapevamo se ce l’avremmo mai fatta finché non abbiamo toccato le coste di Palermo».

Sono stati tra quei quasi 154mila profughi che hanno raggiunto l’Italia nel 2016. Un numero enorme che fa alzare l’asticella degli sbarchi a +10% rispetto all’anno scorso e che supera di oltre mille persone il totale segnato nel 2014, che era l’anno dei record.

Attraverso il programma di accoglienza Yousouf e la moglie sono stati portati a Lucca, all’hub di smistamento della Croce Rossa. Da lì sono stati spediti ancora a Lido di Camaiore, alla Misericordia. Qui Yousouf è stato inserito nei progetti dei lavori socialmente utili ed entrambi sono stati mandati a scuola d’italiano.

«Ma ancora non sono molto bravo a parlare: finora la testa era tutta rivolta alla bimba. Adesso vorrei solo integrarmi - dice guardando alla televisione le immagini dei rilievi della polizia sul luogo in cui è stato ucciso l’attentatore di Berlino - non importa quale lavoro: posso fare il giardiniere, pulire le strade, il manovale. Ma per il momento devo attendere che il giudice mi conceda lo stato di rifugiato politico».

Il Natale passerà. Lontani da casa, lontani dalle figlie ma con una nuova luce: Miracle che stringe tra le braccia: «È una piccola grande gioia: il nostro personale miracolo. Nonostante tutto è riuscita a nascere. Mangia e per il momento dorme anche tutta la notte. Mia moglie ne ha passate tante e adesso è molto stanca. Tutte le sue energie ora sono assorbite dalla piccola».

Miracle, inconsapevole, ha già vissuto in nove mesi una vita intera e ancora deve cominciare.

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