Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio

Strage di Viareggio, fiaccolata per la giustizia

di Donatella Francesconi
Strage di Viareggio, fiaccolata per la giustizia

Il corteo il 29 dicembre alle 21 dalla stazione alla Casina dei ricordi. Marco Piagentini: quella sera a Viareggio è caduta una bomba

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VIAREGGIO. Lui vorrebbe andare al mare, visto che abita a Viareggio. Lui vorrebbe andare in vacanza. Ma non può esaudire nessuno dei due desideri. «Perché i miei figli non ci sono più». È il dolore che si fa impegno civile, battaglia di giustizia, anelito di verità quello di Marco Piagentini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio. Nel mondo che ciascuno di noi vorremmo, i bambini di Marco e di sua moglie, Stefania Maccioni oggi starebbero aprendo un’altra finestrella del calendario dell’Avvento. Ed i figli, mariti, compagni, padri, madri, fratelli che non ci sono più andrebbero un po’ stanchi ma felici incontro al Natale. Come tutti.

Ed invece no. In questi giorni i volti delle trentadue vittime ci balzano più che mai incontro. Anche nello zoppicante consiglio comunale di ieri che ha faticato a dare la parola a Marco Piagentini. A lui e ai familiari che l’associazione rappresenta e che il diritto di parola ce l’hanno sempre. A prescindere.

«In via del tutto eccezionale», sono state le parole della “concessione” fatta dalla presidente del consiglio, Paola Gifuni: «Ripeto: in via del tutto eccezionale...Non voglio creare un precedente...dopo il voto sul documento parla un familiare...». Decisione cui si è arrivati dopo che i familiari delle vittime hanno detto senza mezzi termini che se così non fosse stato avrebbero subito informato i giornalisti del rifiuto.

Così non è stato - ricorda Daniela Rombi, vice presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei” - «ovunque abbiamo portato il documento in approvazione». Consigli comunali della Versilia, della Toscana e lo stesso consiglio regionale non hanno trattato il documento dei familiari delle vittime della strage del 29 giugno come una qualsiasi pratica burocratica da sbrigare: «È stato proiettato il cortometraggio “Ovunque proteggi” - ricorda Rombi - e ci è stata data la parola facendoci sedere sui banchi della Giunta». Così non è stato a Viareggio, dove nessuno dell’amministrazione si è alzato per dare la mano a Marco Piagentini al termine del suo intervento.

Che pure ha toccato e bene il tema della città intera coinvolta nel disastro ferroviario: «Quella sera a Viareggio è caduta una bomba» e nelle udienze «ci siamo sentiti dire che siamo noi dalla parte del torto e che le vere vittime sono gli imputati. Viareggio si deve difendere da queste accuse».

Ed allora l’appuntamento, davvero per tutti, è il 29 dicembre alle 21, davanti alla stazione in piazza Dante. Da qui partirà la fiaccolata che raggiungerà via Ponchielli: «I familiari delle vittime della strage di Viareggio chiamano a raccolta la città di Viareggio. A pochi giorni dalla sentenza di primo grado, vogliamo far sentire la voce di chi quella notte ha visto cambiare drammaticamente la propria vita. Non si può pensare che nel cercare la verità non si tenga in considerazione 32 persone brutalmente assassinate nella notte del 29 giugno. Viareggio e tutte le persone che vogliono stringersi intorno ai familiari e all'associazione "Il Mondo che vorrei" sono invitate».

Un’occasione per dire no alla prescrizione di reati come lesioni ed incendio colposo, inevitabile sul secondo grado un minuto dopo che la sentenza di primo grado sarà stata emessa. «la proposta di legge Casson - ha ricordato la consigliera comunale Gloria Puccetti, presidente del Comitato nazionale “Noi non dimentichiamo”, che riunisce familiari di vittime delle troppe stragi d’Italia - è rimasta bloccata. Perché pochi vogliono questa legge».

È tutto questo che i familiari delle vittime del disastro ferroviario affrontano quotidianamente da sette anni e mezzo. Ed allora, che il voto unanime sul documento, finalmente anche del consiglio comunale di Viareggio, sia «il gesto di vicinanza per cittadini che non hanno armi affilati per combattere, come invece hanno le Ferrovie».

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