Il Tirreno

Versilia

L’attrice che porta in scena l’anima della Versilia

di ADOLFO LIPPI
L’attrice che porta in scena l’anima della Versilia

Elisabetta Salvatori dallo spettacolo sulla bisnonna narratrice a quello su Puccini

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di ADOLFO LIPPI

Con “La bella di nulla” Elisabetta Salvatori, autrice e attrice, torna stasera al teatro dell’Olivo a Camaiore. Eppoi il 16 dicembre a Lucca presenterà l’attesissimo “Giacomo Puccini”, una piéce assai curata dove si ripercorrerà l’intera vita del Maestro. Elisabetta è una bella donna bruna, scattante, incisiva, che da anni, partendo pittrice da Forte dei Marmi (il babbo ha un’agenzia immobiliare), porta nei palcoscenici (e anche in tv) storie incantevoli e incantate tratte dalla vita quotidiana di noti e meno noti personaggi, da Dino Campana a Caterina da Siena, da Ligabue alla bimba che aspetta. In lei c’è l’intera teatralità della Versilia, dai “maggi” che entusiasmarono, intrigarono, insegnarono a Lorenzo Viani ed Enrico Pea (erano sceneggiate che i contadini-attori facevano nelle piazze narrando Dante e l’Ariosto), a Giacomo Puccini, Mario Tobino, Cesare Garboli, tutti notissimi recitanti, perché è nel “narcisismo di carattere” che così si espressero intellettuali e artisti dalle Apuane al Serchio, presi dalla smania, che era nei cavatori, che era nei calafati, che era nei cacciatori, di narrar fole e saghe accattivanti. Sbalordendo, esagerando, facendo buon sangue.

Allora non vi era la televisione, nemmeno internet. La bisnonna di Elisabetta, finita cena, veniva circondata da famiglie e vicini e la incitavano a raccontare, a passare il tempo attizzando ricordi e fantasie. Questa passione è passata alla nipote, sicché lei s’è perfino fatta un teatrino in casa (a via Carrara al Forte) e qui recita agli amici, tanti fedeli come una mistica del teatro come fa Marco Paolini o faceva il leggendario Carlo Monni di Campi Bisenzio, che insegnò a Benigni e per intere stagioni sbalordì le platee di Toscana spiattellando, davanti all’immancabile fiasco di vino rosso, i propri umori di pancia, reale pancia di un non mai integrato vero alternativo.

Con Monni Elisabetta ebbe una lunga relazione. I due si amarono in un vortice ch’era passione ed era scenario. Poi lui è morto ma a lei resta più di una memoria, resta l’incitamento a portar fuori l’arte in qualsiasi situazione che, come ripeteva Monni, “che vuoi che sia”. Nulla è, tutto è nel teatro.

Elisabetta, da bambina, sognava di fare la pittrice. Si iscrisse all’Accademia di Carrara e la frequentò. Neanche disegnava male, però un giorno, venendo a seguire un corso di teatro (insegnante Raffaela Panichi) s’infiammò alla lettura del Quinto Canto di Dante. Da non dormirci. E decise di abbandonare la pittura, di fare l’attrice. Ma non l’attrice di compagnia, quelle che portano addosso il repertorio da Shakespeare a Pirandello. No, si fece un teatro proprio, scrisse lei i testi e li lesse alla gente. E piacque. Piacque innanzi tutto ai bambini, ai quali disse fiabe tradizionali Toscane.

Poi passò a “La bella di Lella” (che è un omaggio alla bisnonna ed alle vecchie versiliesi care a Pea e Viani), poi venne quel mirabile “Sant’Anna, nell’eccidio dei nazisti (fatto anche in tv con Paolini), poi scrisse “Il partigiano Amos” che era Amos Paoli, un uomo costretto in carrozzella a rotelle che da Seravezza a Viareggo portava messaggi ai combattenti. E fu insignito di medaglia d’oro. Di seguito vennero “La bimba che aspetta”, che è la statuina di marmo che al cimitero di Viareggio da almeno due secoli attende la mamma lì morta e sepolta, eppoi “Dino Campana”, eppoi “Ligabue” e “Caterina di Viareggio”.

Con Elisabetta, sotto ai riflettori, s’accendono fuochi, amori, stragi, morte, vita, come dev’essere e com’è il dramma dai greci a noi. Ma non è come guardare la televisione.

Ci si sente presi dalla significanza delle parole, il loro suono sconvolge e attrae, si è trasportati “dentro” vicende che, pur note, scoprono visuali ora sconcertanti, ora stimolanti. Perché la Salvadori prima di recitare studia per mesi e mesi ogni angolazione del fatto e delle cose che con lei riappaiono. Nel caso di Puccini, ad Elisabetta si allargano gli occhi. Ha scovato le ottomila lettere del maestro (era un grafomane) e ci s’è buttata intuendo come il sor Giacomo in ogni gesto, anche piccolo, anche insignificante, rivelasse un’umanità grandiosa ed eccentrica, ambigua e generosa, specchiandosi sempre, con precisione maniacale, nelle eroine che musicò e cantò, specialmente nelle donne che dominarono la sua mente e la sua arte.

Quello del 16 dicembre a Lucca si preannuncia dunque come un avvenimento. Non sarà, solo un omaggio a Puccini. Sarà un vero e proprio studio intelligentissimo su una delle personalità moderne e universali più note e meno sviscerate nelle componenti nevrotiche, psicotiche, caratteriali, primitive.

Ché Puccini venne alla musica da una lunga tradizione familiare, per insistenze della madre amatissima, per avere alle spalle la Lucca di Boccherini e Paganini, una Lucca clericale e atea, conformista e pagana, la Lucca alla quale rubò la donna Elvira, tra scandalo e ingiurie, e alla fine, dopo peripezie degne del miglior cinema sentimentale, perfino la sposò restandole fedele, lui fedelissimo, almeno nella promessa a lei fatta già dal primo bacio adultero.

Sorprende in Elisabetta Salvatori che ha un fisico asciutto, minuto, assai poco ridondante (non ricorda la Duse, nemmeno la Melato), che volto, mani, postura, quando racconta, divengano smisurati, dilatati, avvolgenti ma ciò lo si deve, credo, all’entusiasmante vitalità dei versiliesi che incontri nei baretti di Seravezza o del porto, sempre agilissimi nell’inventare avventure e conquiste, volando alti non fuori dalla realtà ma addobbandosi di una realtà fatta di sentimenti, sogni, piaceri che hanno prodotto, in alcuni geni, come Carducci o D’Annunzio come Tobino o Viani, come in Pea o Marcucci o Garboli o Cancogni, come in Puccini o Forzano o Fusco o Dazzi, tante stupende pagine di rivelazione. E questa sera al Teatro dell’Olivo di Camaiore tocca ad Elisabetta Salvatori, fortemarmina.

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